La grandinata

Risveglio dalla chiattita post-disena. A schiotto nel buio sopra la coperta a greche verdi e grigie nella stanza vecchia, quella degli ospiti. Freschino. In canottiera e mutande non avanza niente. Dallo scuro crettato entra luce a lametta delle tre del pomeriggio. Un farfallino ad intervalli regolari si immerge nella lastra verticale di luce. Eccolo. Sparito. Eccolo. Sparito. Non si capisce che giro faccia per ripassare sempre dallo stesso punto. Bocca incotta dal fortore della panzanella caricata di cipolla. Sottile velo di sudore impastato allo spolvero del vecchio intonaco rosa delle passine. A tastoni cerco sandali e calzoncini. Infilo prima questi senza allacciarli. Poi un cosciale. Poi l'altro cosciale, che si impiglia nella fibbia alla caviglia. Tempia incigliata nella lastra di marmo del canterano. Capita. Esco dalla fresca semioscurità della stanza. La cucina è già più calda. Un nugolo di mosche s'agita lentamente. Nel meriggio sono illuminate ad oro da un gioco di luce intermittente che entra dai penerini della porta spalancata, mossi dal loro isterico battito d'ali. Scendo nella piazza con la voglia di sgranocchiare qualche susina verdastra del susino vicino ai cipressi. Saranno alti trenta metri. Con questo sole non si riesce neanche a vedere le punte. Da quanto sono agre fanno stridere i denti. Bone così. Nell'aria, il solo rumoreggiare delle cicale - chchchchchchchc - copre come un velo tutti i campi - chchchchchchchch - ritmicamente interrotto da un leggero colpo di vento che pare ristorarle. Lo sciabordimento dei tre minuti a cicottola ignuda rende indispensabile l'accessorio da sole anti-fienagione anti-colpo di sole, tipo: "Cotesto sole te fa amalare". Cappellino in crosta sponsorizzato Del Tongo modello ciclista. Visiera crettata in plastica bianco-sporca indurita dal sole. Alone di sugnaccio tipo crest sulla fronte. Uniforme picchiolettatura di ramato post-disinfestazione preventiva della mosca dell'olivo. Entiiiii. Il Mucini s'è messo a segare le legne. Ragazzi, quel'omo lavora come un trattore. Quinto (Quintilio) è uno de fare, ma c'è quell'insetto del figliolo che gli brucia il collo. Dormirebbebbasta vedi. Dormirebbe. Ebbasta. Avesse chi porta i soldi senza sudare sarebbe tutto nel su' centro. Madonnacara. Aaaah che banda. Cheeee bandaaaa. Con quest'afa 'sto tafano, a forza di girarmi intorno, alla fine m'apiccica un bel morso. O stà a vedere... Miralì. Miralì come ce s'apunta nel polpaccio questo maledetto. Fammi andare in cappanna vai, che quel seme dei rapi che colsi è secco stronato. Pronto da stacciare. Fra un cazzo e un altro, quando i cuccomeri quando i pupponi quando le cipolle quando la vigna, è una mesata che c'ho sempre da fare e non prendo mai la dotta. 'Sta facenda qui va fatta, sennò non si sgranano le pulezze quest'anno. Attraverso l'aia. La pressione del sole schiaccia la fronte. La porta spalancata della rimessa gode del meriggio del nespolo. Entro dentro lesto e rintronato. Dopo qualche istante nella penombra riesco a mettere a fuoco i mazzi di rapi secchi inframezzati dalle crocchie di cipolle. Intorno, intorno, intorno alle pareti. Il pavimento in lastricato è nascosto da tre palmi di terra portata dentro con la fresa ignaccherata della motozappa. Banchettino-sedia ricavato da un portagranata per mortaio messo nel mezzo della stanza. Altezza trenta centimetri, per garantire posizione articolare naturalmente sacrificata. Genuflessione tonsillare con strozzamento di palle da pantaloncino. Sedile semicircolare in legno di ficaia, dimensione piattino da dessert. Mezza chiappa segata e mezza chiappa segata. A malapena nell'andare giù ci indirizzo. I sandali strusciati in terra dallo scatto delle gambe stese, impalettano dai buchi qualche etto di terriccio. A punte ritte inizio a muovere i diti per farne scorrere il grosso fino all'uscita dal calcagno. Il sudore prima assorbito comincia a fare una noiosa cremina abrasiva. Azzardo volontariamente un'altra impalettata del talco naturale. Assorbe bene. Per ora funziona. A braccia e gambe ignude prendo a stacciare il seme, a gola quasi otturata dalla spolvero del pagliericcio. Queste pagliuzze pizzicano come il demonio. La cannella del fusto della nafta appoggiato alla cantonata perde qualche goccia. L'odore di nafta si mescola a quello delle cipolle. Mondiale. Il craterino unto spolvera ad ogni cadere di goccia. La fontanella di terriccio riempie progressivamente la tela del ragno nell'angolo, fino quasi a spanciarla nel mezzo. Ogni granello che stolza dentro fa tremare la tela. Il birichino esce dal buco nel muro fulmineo, per controllare la presenza della preda. Ancora niente. Tutto questo girare a vuoto mi intenerisce. Oggi lo voglio governare io. Raccatto la prima formica che vedo e la travento ad una estremità della tela. Si infrena. Più si dibatte più si infrena. Trattengo il fiato. Uno. Due, eccolo! Un rullo compressore a otto zampe. Esce. Una falcata. Azzanna ripetutamente. Unaduetre volte. Si allontana di qualche centimetro. E' calmo. Mi avvicino per cercare di vedere i suoi occhietti. Preciso. Come me li aspettavo. Fissi e neri. L'inizio del leggero vibrare prelude lo scatto finale. Vaiiii! Riparte fulmineo. Culla l'esanime con le zampette, avvolgendolo meticolosamente come un rocchetto di filo bianco. Cacchio cacchio rientra nel buco. Pare soddisfatto. Anch'io. Una ventata improvvisa tende la tesa del cappellino. Una sola. Un attimo. Una spolverata. Profumo del granturco secco pronto da battere. Ribolle anche il bottino della concimaia. Un leggero tremotìo. Tendo l'orecchio senza uscire. Un baturlo strozzato. Un altro baturlo più vicino. Esco col cuore stretto strisciando sulla colonna di mattoni. Visione stroboscopica con occhio lungimirante strizzato, da cacciatore di tempeste. Madonninina che lavoro... Eccoci. Gargonza gonfia. Gonfia come un rospo. A Gargonza piove, gente. Nuvoloni fitti e neri, quasi a perpendicolo alla cappanna. Questa è bella. Ancora c'è il sole qui. Con questo caldo se fa qualcosa è grandine sicura. Trita ogni cosa. Speriamo che si svolti in acqua. 'Sti animali bisognerebbe li rimettessi. Alo' alo' alo', pipiri pipiri pipiri. Alo'. Alettoalettoaletto. Schhhh. Alo' Alo' Alo'. I-iiiii... non danno retta. Non se ne parla di andare nello stabbino. Tutto d'un colpo s'alza il vento. Pressione che aumenta ad ondate. Vento caromio, da stare appena ritti. La motosega del Mucini ha smesso di mugghiare. O che banda è oggi? Un baturlo più vicino. Giro la cantonata. Corsetta a chiappe strette fino al greppo della parata. Da lì vedo tutta la piana. Incorniciata da due branche di testucchio, la casa del Mucini è sparita dentro la nuvolata. Fitta. Fitta e grigia. I polli si accovolano. Restano immobili con le penne controvento che si piegano a scacchionamento. Una mina da rabbrividire. Madonnacara che labbrata. Che la-bbra-taaaa! Questo è caduto nel leccio grosso del borro. Ci siamo vai... Via, a serrare la porta della stalla. Via, alla barca del fieno. Telo sopra. Quattro assi sopra per fissarlo, evvia. I primi chicchi iniziano picchiettare sui dischi del morgano. Tin. Tintintin. Trititin. Trittittittinttittin. Tintintin. Tin. Ho la pelle di gallina. Addio i mi' pupponi! Me li sbrindella tutti! Qualche chicco. Qualche gioccia. Alòalò che oggi non fa danno. Qualche chicco. Sparisce nel verde dell'erba. Si calma il vento. Grandine come i cazzotti. I tegolini della tabaccaia rullano come tamburi. Trintintintrintintintrintintin quei dischi m'entrano nel cervello. Dal tubo rotto della grondaia nell'angolo scroscia acqua e grandine che allaga la capanna. La finestrina dell'abbaino sopra la stanza nova chiocca come un vitello quando lo sposti dalla greppia. ChiocchiChiocchiChiocchi che ad ogni chiocco stringo i denti. Vento caromio! Vento. La punta della cascia davanti alla loggia picchia come un vinco immattito nel tetto. E SKIA' e RI-SKIA'. Eddai. Eddai. Eddai. Madonnacara da quando è passato il fronte l'avrò riaggeggiato venti volte. NUNZIAAA! AFACCITI! NUNZIA CHIUDI I SCURI! CHIUDI I SCUUURIIII! CHE SE SPACCA I VETRI CE GRANDINA ANCHE NELLE TENDE DELLA PORA NONNA! CA-MI-NAAA! MOVITIIII! TANTO A TE NON TE SON COSTATI NIENTE..E' VERO?! Ogni colpo di vento una mitragliata. E vetri in terra. E meno male che so' un cittino tutto giudizio, sennò anche le tende fregava. Una sventagliata e tegolini spostati. Una spolverata e via il telo da sopra la barca del fieno e SBABA'. I fusti delle ghiande messe a macerare per dare ai maiali, sì, quelli sotto la finestrina della mandria appoggiati al muro verde dal ramato ROVESCIATI! Accidenta a quel porco! Ho la testa che frizza. Ho un fhun fhun-fhun ritmico nelle orecchie. Come quando si faceva bisboccia col vinsanto. A casa mia. La sera. Al focolare. Col Mucini e col poro Miglio. L'odore pungente delle foglie del nocio si mischia a quello di ghiaccio e graffia la gola come una manciata di chiodi. Cazzo, qui ha fatto il battuto. M'ha tritatognicosa. M'ha tritatognicosa vai. Te lo dico io che m'ha tritatognicosa. C'è rimasto da morire ebbasta. Da morire ebbasta.. La confusione è grande. Non so più cosa fare. Aspettare. Aspettare. Aspettare che la punizione finisca. Brutto Lupo che non sei altro. Balletto sul posto come se avessi una soletta di spini nei piedi. Provo a mettere il capo fuori. Una sgragnolata. Rientro come una saetta. Pulsa e brucia la testa. Dall'orecchio destro spisciola il sangue. Dalla spalla, cola caldo sotto il braccio e arriva fino alla punta dell'indice. ASMARO! ASMARINOOOO! ODDIO, ODDI-IOOO IL MI' ASMARINOOO! NUNZIA DIODUNDIO RIMANI SOTTO LA LOGGIA! E' CAPITO COSTI'?! RIMANI SOTTO LA LOGGIA MAREMMAINDEMONIATA SENNO' TE STROZZO CON QUESTE MANI! METTITICI ANCHE TE ORA, A VEDERE SE M'INCAZZO PER BENE! Qualche minuto. Il sangue coagula. Anche la nuvolata. Tutto finito. Pioggerellina leggera. In terra un palmo così di chioccoli di grandine. Nocio, nespolo, quercia, testucchio, pero, susino. Tutto fresato. Le foglie ci sono. Cisono cisono. Si, sono tutte striciolate intorno ai pedoni. Tappetino circolare ghiaccio-verde-ghiaccio. Brusio grigio Dolby Surround misto nebbiolina terra che ribolle. Abbaiare isterico di cani. Risonanza della testa, frizzare di tempie e denti. Sale - giustamente - il livello di aggregazione sociale. La disgrazia riunisce tutta la 'grande famiglia agricola'. Dal podere del Mucini esplodono urla di strazio e lupe manare a cadere. Si interrompono un attimo. La motosega dimenticata vicino alla barca delle legne continua a scoppiettare al minimo. In condizioni normali neanche si sentirebbe, ma questo scroscio ha dato una bella ripulitona all'aria che ora si sente tutto che è un divertimento. Una bella ripulitona. Bella. Bella ripulitona. Il tempo per toccare i danni ai peschi che confinano con me. Vai un'altra scarica di eresie. Urli da cavare il sentimento. Da sangue nella gola. Affogati, lividi, crescenti e acuti d'improvviso. Ruma e stronfia come un lattone. Mi godo lo spettacolo appoggiato alla pila di terracotta. Mentre penso a quanto è ridicolo mi rendo conto di avere assunto un'espressione da voyeur appagato. Spettaspetta. Ma che fa? Occhi aguzzati. O che ha tirato fuori dalla giubba? Colloteso in avanti di qualche centimetro. Occhi aguzzati allo spasmo. Toh, una bella busta blu. Ingordo iocaro. Guarda come infila giù. Guardaguarda. Anche spappolate le vuoi raccattare da terra.. Enzommma.. La Dora gli cigola qualcosa da casa con un filo di voce, come se avesse paura che potesse sentire e alla fine si incazzasse di brutto. Non si capisce. Qua arriva solo un fischiare altalenante. Tre, due, uno: STAZZITTA PORCAMADOSCA. ORA VENGOOO. Silenzio. Anche i cani. La cascata del borro delle Lame in fondo alla parata mugghia come la tramoggia del mulino della Trove. Dal viottolo della spinaia dietro il chiusino spunta rapido il figliolo del poro Baghiolo col cane. Paraccio. Quel ragazzo dopo che è tornato da fare il soldato non è più lo stesso. Prima era secco, ora è la metà. Lo devono aver fatto patire e non poco. E non poco. Solito ombrello nero sbiadito dal sole. Metà stecche stroncate, tipo fiore di zucca. Quei calzoni verde marcio e quel pastrano di rafia non se li cava da un anno all'altro. Manco gli mancasse la via da camminare. Io-caro. Si gira, si rigira. Si rivolta. Ha gli occhi che cercano in tutti i cantoni del mio podere. Un passo lui un passo il cane. Sincronizzazione metronomosincrona. Non capisco. A quest'ora dovrebbe essere ad impagliare lo stalletto per gli agnelli. Ha le pecore gonfie come pupponi e fra poco gli figliano. Il cane mi vede e parte a razzo. Viene su per il campo trappiato, intero come un tavolone. Una scheggia apripista. Il mio sguardo si incrocia con quello del bordello. Un attimo. Ed è tutto un bercio. Bercia e non capisco cosa. Esce dal viottolo e prende a correre a traverso per il campo, sulla scia del cane. Sangue gelato. Vai a capire ch'è successo. C'hai fatto, ragazzo? C'HAI FATTO? C'HAI FATTOOOO? Mi precipito incontro col cane che a momenti mi fa intrampolare. Ad ogni slancio accumulo qualche etto di mota sotto i piedi. Le coscie ed i polpacci si fanno duri. Un sandalo rimane a qualche passo da me. Proseguo senza. Sguaino anche l'altro. Più rapido e performante così. Ma guardate qua 'sto cazzo di terriccio che lavoro. Terra bona per rompere i coglioni ebbasta vedi. Altro che produzione. A tre quarti di campo con gli sguardi che non si sono mai scostati dalla linea retta ci incontriamo. Mi si butta al collo come una creatura quando crede di aver visto il 'bobo'. Eddai con questo ombrello che a momenti mi cava un occhio. Eddai. UnapecorAsmarino. Una pecora. S'attraversava il borro e me l'ha portata via l'acqua e s'è incastrata nel gorgoglio del ponte di Fogliarina. DammiunamanAsmarino dammiunamanopercarità dammiunamano. Col cuore stretto e il fare da babbo lo strattono a rincuorarlo e gli travento via l'ombrello. Maledetto. Ci penso io non ti preoccupare. Tato, c'ho i danni da rimediare ma al podere ci penso dopo, non ti preoccupare. Vorrà dire che quando nascono gli agnelli me ne dai uno intero va, così siamo pari. Eh cazzo, bono si ma coglione no eh! Qualcosa in groppa dopo la sudata ci deve rimanere. L'interesse è l'interesse. Spetta qui ragazzo. Vado a pigliare le funi e avverto la Nunzia. Che se non rientro col cumbrugliume, stasera s'attacca banda avanti cena!
Oleandro
Giovedì mattina

Dallo scuro entra una luce blu, fioca fioca. Odore umido misto erba medica pronta da pressare. L'aroma giusto che dà la carica per spiccare un colpo di reni e lavarti dalle coperte ingiallite di cotone semigrezzo lavorato al telaio, corredo della pora nonna. "Nunzia, rimani a letto te. Che la voi strapazzare prima de nascere cotesta creatura?!" Il piantito avallato in mezzanine sbeccolate e lustrate alla meno peggio con la sugna del maiale è gia bollito di mattinata. "S'anda'bbene, oggi ci strona dal caldo." A piedi scalzi, quasi a tastoni vado verso la madia del pane. Dai cento pezzetti di vetro rotto sistemati alla bona della finestra sinistra dell'andito, entra una luce irregolare e rimbalza nei vetrini del mettitutto. Rimbalza sì... Rimbalza sì... Rimbalza in quelli rimasti sani dai bombardamenti del fronte. "Che momenti, gente." L'apparecchi fischiaveno come il gastigo. Brutupu'... brututupupu'. E tonfi e berci da tutte le parti. "Son momenti brutti, gente." La casa del poro Tittiri la prese in pieno una bomba d'un apparecchio che veniva basso da Fogliarina e gn'aprì tutta la colombaia. "Parcama-uuu'! Che tempi Madonnina!" Lo sportello della madia è sempre serrato a lucchetto con la chiave che è nascosta sotto il gambuccio della tavola in cipresso. Quella lì, quella della stanza nova che s'adopra solo una volta per la befana, quando c'è da spezzare il maiale. Ogni mattina c'è da eresiare per trovare il buco con quel buiccio. "Caro gnagno, se fai così anche co la tu' donna, durate poco insiemi." Pane duro anche oggi, ma quel che conta è che è ancora quasi intero. Conviene merlarlo con un po' d'acqua della cannella prima di struffarci un bel pomodoro grasserrosso. Frescofresco, colto al cumbrugliume della sera prima in guizzaia. Un filino d'olio. Un pizzico di sale. Ha un profumo che fa arvisolare i morti. Finito un mezzo pane ci bordo dietro un bel bicchiere de rossellino. "Aaahh! Altro che il latte e le pastine". Anche nella colazione c'e' la fretta stringente del non avere il domani. Da non farti godere neanche quei pochi attimi a sedere, perché: "Aloh... Aloeeeh. Movetemovetemovete. Senno' oggi se fa l'buio senza avere compicciato niente." Infilo alla svelta i calzoni blu-postale insolitamente lindi, che odorano di ranno. Camiciola color crusca che sta ritta da sola per il sudicio che ne caramella le fibre. Ma è sudicio da lavoro e ha la sua dignità. Ciabatte da spiaggia; stracche nel fianco da dover camminare con gli unghioni dei mignoli che strusciano e si infilano in terra ad ogni passo. Il paletto dalla porta come ogni mattina ha bisogno di una bella calcagnata. Senno' non s'apre. Scanzo i penerini per tenere fuori le mosche, lo scalino è alto. Il gatto è lì che aspetta. Ha già capito che per lui stamani è giornata di battitura. "Gnagno, gnagninoo. Vieni con me dai, che si va a trovare nello stabbio i conigliolini..." Tum, tum tum, tumtumtumtumtumtumtum. In quattro balletti scendo la scalinata della loggia e con passo semi-marziale mi dirigo caposotto verso lo stabbio con gatto al seguito. Non è piuÂ’ l'ora di scherzare. Metto mano al catorcio. Lo scaviglio, apro di scatto l'uscio di bandoni, entro a sorpresa con un velocità fulminea, il gatto dietro anche lui, e: "Ah, Aaahh. Siete qui ?!" Fra l'odore di paglia fradicia che ribolle ed il buiccio è tutto uno stolzare dentro quelle gabbie. Tonfi, tonfi, cozzicozzicozzi. Il gatto è galvanizzato. L'ho tirato su che è un amore sto gattino. Non posso che annuire col capo. L'occhio benevolo in un istante è subito sostituito dall'aria di quello che: il bello deve ancora venire. Rattoratto dribblo i bomboli della miscela. Le ciabatte cantano sgnak sgnak sgnak mentre unghioni affondano nel caldo umidino di paglia intrisa dello scolo delle gabbie. Trattengo il respiro mentre alzo il coperchio. Come se avessi fra le mani un foglio di cristallo. Delicatamente. Allungo il braccio con velocità da bradipo. Lo spasmo aumenta caricando il braccio per ogni secondo della piacevole apnea e... zak! A casaccio. Beccato. Si sdinercia, stride. La presa d'acciaio vanga-allenata non da scampo. Il resto della comitiva sprofonda in un silenzio acinetico. Mi scappa una risatina. Esco. Metodico, con la mano libera sistemo i ferri del mestiere sopra il bombolo vuoto della nafta. Lì, sotto la cascia. Randello storico in legno di scopa, laccato schizzi di sangue e ciuffi di pelo. Corda riciclata dalla pressatura del fieno. Coltello da insalata; quello che taglia signori, ma non troppo. Tengo il prescelto per le gambe posteriori, a capoficconi. E' diventato di marmo. Iperventila. Il mio assistente è in posizione. Asse coniglio-gatto finalmente zenitale. SPRAH. SPRAH. SPRAH. Il randello non rimbalza. Pare affondare in un panetto di plastilina. Sento il caldino nei ditini della ciabatta sinistra e con uno scatto allontano subito il braccio. "Vigliacca lupa!." Mi scanso. L'inconfonibile appiccicaticcio del sangue mi fa attaccare la ciabatta alla pianta del piede. Il gatto è intriso dagli schizzi. Ha il pelo raccolto in piccoli covolini conici rosso-mechati. Simil-alopecia da stress. Lascio che giochi ancora un po' con lo spisciolo, aspettando che finisca di scolare dal naso. Noto che il movimento involontario del braccio sta disegnando in terra dei piccoli cerchi concentrici. A pallini. Ma non sono quei pallini da unire. Una goccia ogni sei-sette secondi. Con la corda, nodo a strozzaprete, fisso le gambe e attacco il maledetto sul chiodo arrugginito nel tronco della cascia. Il chiodo delle occasioni, ad altezza uomo. Incido il pelo alle caviglie. Il coltello mi fa sudare, non taglia ma ci sono affezionato. Sempre il solito amuleto. Mi attacco con tutto il peso del corpo ai due lembi di pelle. Una mano di qua. Una mano di là. Delicatamente, lascio che le ginocchia si sblocchino andando a covoloni, e... schhhh. Tutta la pelle fa da collarino alla testa, rimasta nascosta dentro a quella calza biancastra fuori-pelle-dentro-pelo. Doubleface. Oppelaaa. Mi rialzo e prendo a segare via con vigore, testa e tasca in pelliccia. Questo cazzo di coltello non taglia. Maledetto. Ma quanto sei duro?! Vabbe' dai, il grosso l'ho segato. Abbrevio. Una bella presa con rotazione oraria di tutto l'ambaradan e strappone. Tac. Il sacchetto con contenuto viene via. Getto tutto in terra, cioè: vorrei gettare tutto in terra. Il gatto fulmineo afferra la pelle con testa incorporata. Al volo. Inizia una furibonda lotta con quel sacchetto ancora caldo. Ancora caldo, e la cosa lo eccita da matti. Sbuzzamento. Tutto in terra tranne il fegato, con il gatto che si getta ai budelli. Rapido, lo controllo con occhio chirurgico. Mmmhhh. Senza picchiolature. E' sano come un campanello questo animale! Gli voglio bene da quanto è sano. Se aveva qualche mancamento lo davo a quello gnorri de Gnaccarino, per pagargli i colomboni con la rogna alle gambe che m'ha venduto per la fiera di Santa Maria. Spetta. Zitto. O porcamado'. Ho sbrindellato tutta la ciccia. Rotto anche il sacchetto del fiele a forza di pigiare con questo coltello. Vabbe' dai, due schizzettate d'aqua con la tromba e si risolve. Lavanda toracica e infine stroncaggio delle gambine pelose. Proprio sopra alla linea pelo-carne. Lo stacco dalla cascia, lo metto sotto il braccio sinistro a mo' di baguette. Strah. Strah. Rigiro il tutto. Strah. Strah. Gli schizzi mi si stanno seccando sulla pelle dei bracci, del viso, e nella pelle scoperta sullo scollo della camiciola. I sciancioni iniziano a girare. Sarà meglio che lo porti in casa. Sudaticcio per la faticaccia, fiero e lesto lo porto in braccio come una creatura. L'afa si fa sentire. Appena salto le scale della loggia. "Nunzia, Nunziahh. Sistema st'animale. Guarda che splendore! Piglia la teglia quella grossa, che io vado a cavare un po' de patate fresche dalla guizzaia. Oggi ho voglia di un cunigliolino al forno che canta. Me raccomando, lo voglio internazionale!"
Alessio "Oleandro" Franci
La lepre

Giornata piena di impegni, finalmente quasi a casa. Non hai voglia neanche di abbassare il volume della radio. Solita velocità bassa, da crociera post-lavoro. La strada è libera, l'ora è tarda. Con l'occhio destro vedi qualcosa schizzare dal fosso in mezzo alla strada. E' un attimo. In un nanosecondo realizzi cos'hai davanti. Automatismo del bordellotto cinquantenne: fari alti, scatta la marcia bassa, piede che spinge sull'acceleratore da sfondare lo scafo, braccia tese e polsi pronti e duri alle 10 e 10 sullo sterzo. Il motore mugghia come un jumbo, oramai la corsa è inarrestabile. L'adrenalina ti fa tremare come un moribondo, e quella è lì, sempre più vicina, sempre più sotto. Talmente prossima da sentire il suo odore selvatico. Dai dai dai, la schiena si inarca il capo si avvicina al vetro quasi a sbatterci come a voler diventare più aerodinamico. Daidaidai, oddio la becco, oddiolabecco, oddiolabeoddiolabeoddiolabe - è sotto! - un colpo di clacson e... STRATRA! E' fatta. Battito cardiaco sotto la soglia delle centottanta pulsazioni. Sfiori dolcemente il pedale del freno. Rapida spazzolata d'occhio sul retrovisore. Nessuno cazzo. Nessuno. Nessuno a romperti i coglioni. Recupero tranquillo - pensi - stavolta. Fischietti. Accosti. Motore acceso pronta-fuga. Quattro frecce. Dal lampeggiare giallo intermittente vedi uno sbatacchiare isterico in proda alla banchina. Beccato scarso. Ora Mister devi finire il lavoro a mano. Alla svelta però. Balzella e ribalzella. Scommetto che va a finire nella fossetta con l'erba alta. Detto-fatto. Fra un pulsare giallo e l'altro vedi solo un ciuffo d'erba che si muove. Dalla curva in lontananza bagliori di rompicoglioni in arrivo. Eccoci. Ti getti a piedi pari nel fosso. Preciso sopra il ciuffo che s'agita. Senti sotto il morbidino. Una bella scarica di calcagnate non basta. Duro l'amico è?! Un piede assicurato sopra. L'altro alla ricerca del capo. Eccolo! Tooh. Tooh. Tooooh. A ritmo di frecce. Scendi. Punta del piede che s'incunea fra terreno e corpo del reato. Tiro a palombella. Pluffete nell'asfalto. Un capolavoro. La macchina del rompipalle di turno sta già rallentando. Alza i fari. Continua a rallentare. Fazzoletto bianco virginale di cotone, con iniziale "A", modello assassino nato pronto in mano. Afferri una manciata di pelo. Rapido in bauliera. Il coglionciotto si ferma a fianco. Fari ancora alti. Dimenticati nella foga di scorgere qualche macabro particolare. Sono in due. Guidatore con occhio sgranato e braccio fuori dal finestrino. Secondo passeggero illuminato appena appena della luce della radio, inclinato con collo lungo verso il finestrino aperto. Il ficcanaso, interessato: "Successo qualcosa? Bisogno?" La scusa della gomma bucata non reggerebbe neanche un secondo. Hai i pantaloni tutti schizzati. Le scarpe chiare scamosciate, intrise. "Grazie ragazzi, mi sono fermato un attimo per pisciare e guardate qua! Devono aver investito per disgrazia qualche animale che è andato a finire fra quelle erbe alte. Scarpe e pantaloni rovinati. Mannaggia! Andate pure. Grazie di nuovo e buona serata!" Ripartono quasi delusi. "Grazie. Graziee. Grazieeee. Graz... mandateaffanculo va!" Sali in macchina. Esausto. Ti accorgi che il hai qualcosa di morbidamente sospetto sotto al sedile. Il pupazzino tenerone della tua micina. Adesso, hai solo voglia di una bella doccia calda e di tante coccole.
Alessio "Oleandro" Franci
Insert coin
Do un colpo al bottone unto e scendo dal treno. Una vampata di aria calda e umidiccia delle due mi sega il fico della gola. Deglutendo ho come l'impressione di avere un anello felpato extra nella trachea. A stento rotolo fino alla panchina all'angolo della stazione, quella dietro al distributore automatico delle bibite. Tranquillo, penso alle ghiande. Dalla vapa si avvicina un bambolotto: quarantacinquina d'anni, metro e sessantatre, brachitipo, cesto di capelli cotonato-riccio-brizzolato, irsutismo indisponente. Camicia in denim aperta fino alla quarta-quinta costola. Pantaloni canarino misto-lana. Espadrillas cachi con crini sfilaccicati nel calcagno. Ascot misto-giungla anti-frescata.
Freschezza, disinvoltura e passo snello. Amico di tutti, dispensa un saluto mentre s'appropinqua al distributore. Si fruga nella tasca sinistra, slabbrata e lezza nel fianco. Rimesta, ruma un minuto. E questo rumare concitato è accompagnato da un movimento pelvico rotatorio col suo culino smilzo, interrotto da scatti dei fianchi. Ora a destra ora a sinistra. La testa rimane fissa con lo sguardo proiettato alla fessura della macchinetta, mentre il labbro inferiore è martoriato da incisivi dell'arcata superiore, radi ma bianchissimi. Dentini da latte, ma anche tipici del vecchio puttaniere.
Moneta trovata. Insert coin. Ma con stizza tipo: "Toh, mangia anche questi!" Credito: 50 centesimi. Neanche riflette su quale numero deve digitare - che scherzi, lo sa già quel che deve fare - ma poggia in maniera molle e disordinata la sfilza di ditini grassi sulla tastiera alfanumerica. Pruuhh... il mollone elicoidale, quello vuoto dietro il vetro, ruota e nel vano-cassetto cade un bel cazzo di niente. Piihh... "Grazie e arrivederci". Quindi, "Selezionare altro prodotto". Ovviamente dopo avere introdotto altro money. Lo sventurato è colto da un brivido e si vede chiaramente lo sciabordimento. Si volta con volto da bambolotto fregato e si mette a fissarmi per un tempo indefinito. Labbra serrate e sottili, guancine con zigomo a punta e occhiolini semistretti lucidissimi. Tremante: "Mah... mah... mah...". Come a voler dire: "Io? Io? A me? Ma come? O che succede?".
Sicumera dissolta. Terrorizzato e sbigottito. Aria da cuniglio impagliato. Schiena arcuata con culo ritto. Testa insaccata tra le scapole. Gambe intirizzite e braccia a ciondoloni. Si guarda intorno con occhio stitico, poi barcolla pensoso: "Ragazzi, boni. Non so finocchio, non so finocchio, non so finocchio..." Si allontana balzellando in punta di piedi con frociaggine malcelata. Come se stesse giocando a campana. Calzare destro più grande di due taglie che sguilla ed esce. Smalto vermiglio sulle unghie. Bobi, ora vienici a raccontare qualche altra cazzata. Indietreggiando a spazzaneve, va in dissolvenza progressiva fino a sparire. Evanescente e irritante come vapa. Orsacchiotto-chiottochiotto.
Alessio "Oleandro" Franci
La motozappa

Finalmente ho comprato la mia moto nuova. Una motozzappina che canta, internazionale. La serata è calda, la terra ribolle, polvere da tutte le parti. Ho appena preso a fresare la prace dei pupponi, con occhio avido vedo già le piante belle verdi che crescono. L'abbigliamento è quello da moto: canottiera impataccata di 10 giorni, calzoncini corti da piscina modificati (senza rete interna), ciabatte sbranate nel calcagno. Il motore è potente. Ad ogni zolla il bolide salta come un capretto, ma io tengo duro e lo domo a strattoni. Poi il meritato riposo all'ombra dei gobbi senza pulcioni, col fucile in mano a guardia del podere. Col calcio scaccio le formiche, immancabile il filo d'erba acetola in bocca. Maremma impestata, dal greppo di Boscarelli vedo saltare sul campino un bordellotto d'una venticinquina d'anni, come un gatto. L'unica cosa che riesco a mettere a fuoco è che c'ha l'orecchino. Non capisco se lo porta a destra o sinistra. Ratto ratto schizzo in terra e striscio come un serpe dietro la turata delle melanzane. Tirato come la cinghia del trattore, un tutt'uno col fucile, mi fermo dietro la fila dei pomodori e da lì lo balzello. Voglio vedere quanto gli resta da vivere a 'sto drogatello del cazzo. Il bordellotto dall'andatura furba e sgangherata è dotato di canna di caucciù più bottiglione. Vuoto però. Oddio. Oddio no! S'avvicina al mio sogno impolverato, mette le mani al tappo, infila la canna, una bella ingorzata e vai! Apposto. Miscela a gratis oggi. No, renditi conto. Guarda il serbatoio con occhio ingordo come per dire: "Vieni vieni, che anche oggi ho inculato uno onesto che paga le tasse". E lì trasudo freddo. Ho il marrancio infilato tra le costole, ma non lo levo perché mi dà la carica. Quell'orecchino m'acceca. Si gira di scatto e lì, maremmascorporata rimango fulminato. Da tutte e due le parti, gente! Un ladro finocchio nel mì podere. La voglia di sbucciarlo a cuniglio monta ben bene. Lascio il cannone - non se lo merita - e agguanto il marrancio. Tato, oggi me sa che hai pisciato de fori. Questo me lo lavoro a dovere.
Mentre lo sdinercio sapientemente, il finocchietto stride come un lattone all'ingrasso. Nunzia... Nunziaaahhh! Vai a pigliare immediatamente la camiciola de lana, quella doppia fatta ai ferri. A forza de fare ste sbardellate sudo. E va a finire che piglio'l brutto male.
Alessio "Oleandro" Franci




