[RECE] Dampyr 118 - Prigionieri dei sogni

Dampyr n. 118, mensile
Prigionieri dei sogni
Soggetto e sceneggiatura: Luigi Mignacco
Disegni: Alessandro Baggi
Copertina: Enea Riboldi
In un condominio di Boston, alcuni inquilini sono ossessionati da strani sogni tormentosi che hanno come sfondo ambienti del loro stesso palazzo. Nei corridoi, su per le scale, nelle cantine e nelle soffitte, vedono mostri e vampiri. Chiamato dalla bella Stacy, una psicanalista che ha in cura uno degli abitanti del palazzo, Harlan affitta un appartamento e comincia anche lui a sognare… Conta sull’aiuto dell’amesha Anyel Zant per sconfiggere le forze oscure che assediano l’edificio. Troppo tardi si rende conto che il palazzo è una trappola da cui nessuno può uscire e dove la realtà esterna di Boston, Anyel compreso, non ha più cittadinanza. Chi sta attaccando e invadendo l’edificio arriva, tramite i sogni, da un luogo molto più remoto e alieno…
Che se è una storia "alla Dylan Dog" per me non sarebbe nemmeno un problema. Mi piacciono queste variazione, questi sbaffi di colore, questi parziali tradimenti ai codici percepiti di una serie. Quando Dampyr tirò fuori un'anima da commedia sofisticata ("Il teatro dei passi perduti") o da commediaccia ("Il segreto del bosco magico"), quando ha incocciato nella fantascienza ("Il re del mondo") o nel fantasy ("Alla ricerca di Kurjak") per me è sempre stata una pacchia. Qua non è il problema del ruolo di Harlan, più vicino a quello dell'indagatore dell'incubo che al suo solito. Il problema è che quest'albo è veramente un'occasione sprecata. Un soggetto interessante: unità di tempo e di luogo, un claustrofobico condominio dove hanno preso vita gli incubi degli inquilini. Uno dice: spettacolo! Che poi l'hanno affidata alle matite di Baggi e già pregusti le vertigini che proverai quando la sua perversa regia ti farà spenzolare per la tromba delle scale, trasformandola in un infernale gorgo. La rogna è nel momento in cui t'arriva fra il capo e il collo che questa storia è scritta da Luigi Mignacco. Uno che ha fatto anche buone cose, per carità, come la bonifica dell'Agro Pontino e l'albo venezino ("La spada senza tempo"), ma che però è anche responsabile della storia dei funghetti allucinogeni e del serial killer di gente che non pagava il biglietto in metropolitana ("I sotterranei di Parigi"). Non è roba da tutti! Così, al solito, il soggetto potenzialmente alluzzante di questa storia si sviluppa in una sceneggiatura veramente triste. Non c'è tavola in cui non ci venga spiegato per filo e per segno cosa sta succedendo. Manca solo che in fondo alle tavole dispari ci venga detto di voltare pagina. Questo ammazza completamente l'atmosfera e l'immersione nella storia e sì che qua era fondamentale! Non è una sceneggiatura sbagliata, sia chiaro, ma sarebbe stato meglio lo fosse, se in cambio c'avesse potuto regalare qualcosa di vivo e anche lontanamente memorabile. Invece ogni dialogo è strumentale, ha il solo fine di farci prendere atto di qualcosa e il mezzo per farlo non è mai interessante. E in ogni caso questo spiegazionismo esasperato lo trovo deleterio ovunque, financo nella targhetta degli ascensori (conoscere la massima portata ammazza il thrilling della salita). Le storie che amo sono quelle in cui è dato al lettore il compito di capire e immaginare cosa succede nello spazio bianco fra le vignette. Le storie dove le spiegazioni sono settate al minimo indispensabile sono quelle che ti restano in mente e che rimugini anche a distanza di tempo. Questa è una storia che ti lascia sazio, satollo, rimpinzato, ma nel senso peggiore del termine. E non c'è sensazione più sterile e vuota della sazietà. E poi s'è mai vista una storia che inizia quattro volte? Che poi Mignacco c'ha rifatto, perché usò lo stesso espediente nella letale "I sotterranei di Parigi". E' evidente il trucco di allungare una storia di scarso respiro per portarla alle consuete novantaquattro tavole. Dice: "Pregiudicante! Anche Sclavi scrisse una storia che iniziava un sacco di volte!" Vabbè, ma lì era per ragioni metanarrative.
E povero Baggi, dico io. E' talmente un perfezionista che può permettersi un albo ogni due anni. Qua è titanico, al solito, generoso e ispirato, ma le sue vertigini sono ingabbiate e strozzate fra mille ridondanti e logorroiche chiacchiere. E vogliamo parlare dei suoi coleotteri? Non meritavano di morire schiacciati dal peso di quei balloon. Eccheccazzo, dico io, per una volta che anche la copertina di Riboldi (escheriana, per l'occasione) non era malvagia...
TAVOLE: 1 2 3 4
[RECE] Dampyr 115 - Sfida alla Temsek

Dampyr n. 115
Sfida alla Temsek
Soggetto e sceneggiatura: Diego Cajelli
Disegni: Alessandro Bocci
Copertina: Enea Riboldi
Tula è una linda e graziosa cittadina al confine tra Ucraina e Russia. Ma, sotto l’asettica superficie, ci sono molti livelli sotterranei di laboratori della Temsek, la diabolica industria chimica e militare diretta da Lord Marsden. E più si scende in basso, più aumenta l’orrore. Questo però non spaventa il nostro terzetto d’eroi, disposti a calarsi sino in fondo all’abisso, per scatenare l’inferno nella base segreta dei loro nemici!
Ci sono sottogeneri per cui sono frocio. Dammi un film di zombi, di rapina o carcerario e smetto di ragionare, metto da parte ogni capacità critica. L’importante è che ci sia un conto alla rovescia di chi resta vivo e non trovarmi davanti a qualche bluff d’autore tipo “Quel pomeriggio di un giorno da cani” di Lumet. Però attenzione: non sono uno da Peroni familiare gelata, pasta e fagioli, vestaglione di flanella e rutto libero. Io sono uno che, quindici anni fa, ha iniziato da Roman Polanski e Frank Zappa, Nanni Moretti e i Gong, e da lì in poi è solo peggiorato, ma con coscienza, disciplina e applicazione. Cajelli è uno che il cinema di genere lo frequenta da un pezzo e lo mastica come tabacco. E va anche detto che Cajelli è un regazzino: io ce lo vedo come s'è fregato le mani quando, in occasione del terzo speciale di Dampyr, ha avuto a disposizione 160 pagine di giungla, dove sbizzarrirsi e giocare a fare "Rambo", "Platoon" e "I guerrieri della palude silenziosa". Oppure quando ha potuto sceneggiare un cicciuto numero di Oltretomba ambientato nel parco dei mostri di Bomarzo. O ancora quando ha chiusi a chiave i nostri, insieme a William H. Macy e Patricia Clarkson, in un aeroporto isolato dal mondo e pieno di fantasmi. O ancora nelle sue discese agli inferi, da quella nella miniera di Zyarne a quest'ultima storia, nel cuore di una sede della Temsek che pare secondaria ma appunto pare. E a questo punto mi chiedo: quand'è che alla Bonelli gli commissioneranno una pasciuta miniserie zombistica? Secondo me non ne soffrirebbe.
Fa strano, in Dampyr, incocciare in una storia lineare come questa, dal plot risicato, banale, che ci costringe a seguire passo passo i nostri in un ambiente ostile senza prometterci che ne usciremo più intelligenti. Eppure episodi del genere, in una serie a suo modo colta come Dampyr, difficilmente deludono o appaiono avulsi dai toni della serie. Anche quando Boselli ha scritto una storia con tinte simili, ovvero la doppia di Ixtlan, ci ha regalato un capolavoro da attacchi di panico, una storia da leggere, rileggere e far leggere. Due albi che per me, tutt’oggi, sono la killer-application delle mensole.
Poche cose ma buone: i nostri si armano di tutto punto per penetrare in una sede della Temsek dove e fare casino. La storia è illustrata dallo stile metallico e fotorealistico di Bocci. Visto il dettaglio maniacale, appare sempre un po’ sacrificato nella riduzione a formato Bonelli, ma almeno questa volta non gli rubano spazio i logorroici balloon boselliani. Effettivamente Bocci è perfetto per albi d'azione col dialogo settato al minimo, con tavole che respirino il più possibile e in cui sia possibile reinterpretare, all'occorrenza, la griglia bonelliana. Ed è anche vero che per tornare ad una storia dalle atmosfere simili a “Il mare della morte”, la scelta di Bocci si rivela azzeccata, anche solo per quel vecchio imprinting che da un hype in più alla lettura. Tornando alla storia, visto il plot al muschio e al cuoio, uno si aspetta qualcosa ad alto tasso di tamarraggine, ma ha fatto il conto senza l'oste. Per fortuna Cajelli non è un secchione né un fanatico, non concepisce i personaggi come meri espositori di una collezione di frasi cazzute. E’ quello che ho sempre imputato a Colombo, che nelle sue storie più testosteroniche appariva caricaturale, grossolano, lontano dai codici della serie. Cajelli ha la stessa abilità che aveva Nizzi nelle sue storie realmente hard-boiled di Nick Raider: niente ammiccamenti né frasi ad effetto, ma personaggi “ruvidi” col minimo sforzo, come fosse l'unica scelta possibile. Cajelli è molto più a suo agio in storie del genere rispetto a quando insegue uno stile più aulico e romanico, come nella recente "La nave fantasma", offrendo un risultato meno sincero e più stucchevole. Va anche detto che a Cajelli piace costruire una albo scena per scena, poter offrire qualcosa, una sorpresa, ad ogni tavola: da lì Kurjak che stordisce Harlan per evitare chiacchiere su chi deve pagare il conto, le armi speciali da sparatutto, l’acquisto delle stesse, il cammeo di Lord Marsden e il mostro finale di fine livello. L’unico rimpianto per una discesa negli inferi come questa è che si concluda in un solo albo, dove la narrazione appare un po’ compressa e con l'orologio a vista. D’altronde Dampyr ci ha abituato a prologhi lunghi e finali nervosi e questo albo non fa eccezione. Non penso che storie che occupano due albi debbano essere giustificate da chissà quale trama, ma semplicemente l’idea di trattenere un’atmosfera può fare la differenza, di ficcarci in un tunnel e chiuderci la porta dietro e far sì che la lucina in fondo sia molto più lontana delle canoniche novantaquattro tavole. E’ quello che mi auguro quando si decideranno a trasporre su schermo il romanzo più insostenibilmente teso di Stephen King: “La lunga marcia”. Che non s’azzardino a farne un film da un’ora e mezza con la scusa che l’idea di base è semplice: o un film da tre ore o una serie televisiva o faccio casamicciola. Ma va bene anche una miniserie a fumetti commissionata a Cajelli e Medda: il primo a raccontare il cardiopalmato presente narrativo, il secondo per i flashback che ti spiegano chi erano Garrity, Stebbins, McVries e tutti gli altri novantasette.
Salviamo John Doe!

S'è saputo così, dall'oggi al domani. E non è educazione. La Bofrost fece la stessa cosa anni fa con la torta aperegina e ci rimasi di merda. Tolta dalla circolazione prima della fine temporale di quel catalogo. Anni prima era successo col gelato al Pecan e me la ridevo per chi ci pativa, ché a me tanto non piaceva.
John Doe non è una serie che ho amato, anzi spesso è stata un complotto per starmi sui coglioni a livelli. Allo stesso tempo, m'è sempre simpatica per l'entusiasmo creativo che trasmetteva, tanto che me la sono letta fino ad oggi senza farla tanto lunga. Siamo arrivati alla quarta stagione della serie, con John che diventa qualcosa di molto grosso, che non vi dico cosa ma ha un occhio sulla fronte. Si prospettava una stagione in cui Bartoli e Recchioni avrebbero dato sfoggio ad una libertà creativa ammirevole. Una stagione che, sono sicuro, sarebbe stata un gorgo di psichedelia, surreale e un altro termine che non mi viene. E sono altrettanto sicuro che gli autori l'avrebbero fatta fuori dal vaso continuamente, ma almeno fateceli vedere nell'atto! E invece no, John Doe chiude a ottobre, col numero 77. Solo un paio di mesi fa pensavo che sarebbe stato Berlusconi (meglio noto come il presidente di Rete 4) a non vedere il pan pepato. Quando si dice le cose...
Qua ad Arezzo il Ciolfi è uno che c'ha una pasticceria e che il sabato fa due paste che non fa gli altri giorni (il bigné al caffé e la ciambella panna e crema). Invece all'Eura editoriale, Filippo Ciolfi era lo storico grande capo fino all'altro ieri, quando è andato in pensione e nuovi personaggi hanno preso posto fra le alte sfere. Come spiega Recchioni, fino all'altro ieri John Doe era al sicuro quanto a entrate. Il secondo più venduto fra i bonellidi o forse il primo, di certo quello che se la cava meglio nelle fumetterie. Va da sé che anche il bonellide più venduto non possa competere, quanto a numeri, con anche il meno venduto fra i fumetti Bonelli. Comunque John Doe generava cifre interessanti, meglio di quelle di Detective Dante, che si ripagava le spese e nulla più, ma che è giunto alla sua fine naturale senza troppi intoppi. Il fatto è che queste stesse cifre, se lette in un'altra ottica da chi poco conosce il mondo dell'editoria fumettara, avrebbero potuto risultare meno rassicuranti. E così è successo. Non s'è provato a correggere la rotta, alzare il prezzo o altro. No, s'è deciso che di potare John Doe e bona lé. Al momento dell'annuncio della chiusura c'erano altri tre o quattro albi in lavorazione, che verranno completati per poi essere smembrati e serviti a tranci sulle pagine di Skorpio. Recchioni ha fatto sapere che per lui la conclusione della serie è col 77 e lì finisce il suo John Doe con l'Eura. In parole povere: non sarà disponibile se gli verrà chiesto di proseguire le storie su Skorpio. Ironia della sorte, l'antico progetto dei due autori era di chiudere col numero 74. Poi la Eura ha insistito ed è finito come Scheuring per Prison Break dopo la seconda stagione: gli autori ci sono stati volentieri, ispirati da nuove possibilità narrative, ma una volta che hanno abboccato all'esca l'editore è stato libero di rompergli le uova nel paniere. Ad averlo saputo, Bartoli e Recchioni avrebbero dato un finale alla saga proprio nell'albo del mese scorso, ovvero la fine della terza stagione. Ad averlo saputo.
Eccheccazzo, arrivati al numero 77 mi pare il minimo volere avere sullo scaffale la saga nella sua autenticità, per come gli autori l'avevano in mente! Dice: ma c'è verso di poter vedere pubblicati da un'altra casa i 22 albi tagliati dall'Eura? D'altronde la serie, secondo gli autori, sarebbe finita col 99 (perché non il 100? Per rompere i coglioni). In ogni caso il verso di vederla pubblicata altrove ci sarebbe pure, specie con l'hype di adesso, ma i vertici dell'Eura paiono non voler restituire i diritti sul personaggio agli autori prima della scadenza naturale del contratto, nemmeno dietro pagamento della differenza. E allora ditelo che ci volete male. Poi la gente dice Sergio Bonelli. Ma un monumento a Sergio Bonelli, altroché!
Firmate QUI la petizione per salvare John Doe dalla chiusura. E' una testa di cazzo, lo so, ma buttiamogli una ciambella (anche se lui non avrebbe fatto lo stesso per noi). Lo tortureremo poi.
[RECE] Maxi Dampyr 1
Il Signore delle Vespe
Soggetto e sceneggiatura: Diego Cajelli
Disegni: Maurizio Dotti
E' la classica storia non Boselliana. Il nostro Harlan alle prese con un mistero, sotto forma di casini grossi di qualcun altro, dietro a cui c'è un cattivo che forse è un maestro ma no "se fosse un maestro lo sentirei" e allora è un demone, un mago, un vampiro anabolizzato. Già nella prima metà di quest'anno di storie scritte su questo scheletro ne abbiamo avute quattro per quattro diversi sceneggiatori. Ma l'albo spicca per un ritmo molto cinematografico, grazie anche al tratto dinamico di Maurizio Dotti, che disegna tra l'altro una Maud Nightingale particolarmente MILF (ora sta con un baffino). Un albo che non avrebbe affatto sfigurato nella serie regolare, magari al posto dell'ultima tremenda storia di Mignacco ("Lo spirito del lupo"). Inserire nella stessa storia sciami di api assassine, kung fu e gangster cinesi è una miscela pulp che non puoi non aspettarti da Cajelli, che però non si lascia andare alle sue visioni isteriche e sceneggia con un po' di freno a mano tirato. Ma appena appena.
Il segreto del bosco magico
Soggetto e sceneggiatura: Diego Cajelli
Disegni: Giuliano Piccininno
Quanto a fattore-weird, potrebbe essere una storia di Colombo, solo che non ha nessuno di difetti degli albi di quest'ultimo. Mi piace da matti Cajelli quando fa così, quando da sfogo alle sue cicciute ideacce da romanzo pulp (vedi i piranha vuoti e croccanti de "Il giorno della fenice"). In questa storia troviamo i nostri alla prese con... due nerd appassionati d'alchimia. L'ambientazione è quella del suggestivo parco dei mostri di Bomarzo, dove i due stanno cercando di ridare nuova vita ad un decrepito duca, grazie ad un rito che prevedere anche sacrifici umani. Cajelli disse che questo albo sarebbe stata un vero e proprio manuale alchemico e in effetti si vede che c'ha dato dentro e che la trasferta a Bomarzo per prepararsi alla storia gli è piaciuta parecchio. Scommetto che anche quel barista esiste nella realtà. Ma questa storia è molto più divertente di un manuale d'alchimia, grazie anche a situazioni e dialoghi da commedia degli equivoci. Piccininno, disegnatore che sopporto dai tempi di Alan Ford, qua ci sta benissimo. Il suo tratto da "fumetto dello Squalo" si addice ad una vicenda che non sfigurerebbe in un numero di Oltretomba. Echi degli horror gotici di Pupi Avati, regista evidentemente amato da Cajelli (e omaggiato anche ne "La foto che urla"). Unico neo: mi sarebbe piaciuto ritrovare i due nerd ancora fra piedi in futuro, quando meno te l'aspetti, un po' come De Suicidis per Alan Ford.
Ombre nella giungla
Soggetto e sceneggiatura: Michele Masiero
Disegni: Oliviero Gramaccioni
Sul forum di Dampyr un lettore ha chiesto a Boselli se ha mai pensato ad un Maxi del tutto cajelliano, cioè di pubblicare questa storia nella serie regolare e inserirne un'altra di Cajelli, magari quella in uscita fra qualche giorno nella serie regolare. La risposta di Boselli è stata: "Ah! Ah! Direi proprio di no!". Forse perché la storia in uscita ci racconterà di un nuovo maestro della notte e non vuol sprecarla per un Maxi? Oppure perché questa storia qua a Boselli proprio non piaceva? Quello che si sa è che questa storia scritta da Masiero e disegnata da Gramaccioni è stata commissionata da Sergio Bonelli stesso, forse per tenerli occupati dopo la fine di Mister No. Non è stata una buona scelta accoppiare due new entry nello stesso albo. Il risultato è una storia che sa pochissimo di Dampyr e molto di Mister No, complice anche l'ambientazione brasiliana. Certo, l'idea di base è parecchio interessante, quello che lascia a desiderare è la realizzazione. Il comportamento dei nostri è stranamente passivo, in balia degli eventi, se non addirittura stupido. Il vampiro asceta è una figura interessante, così come quella del progetto di un suicidio di massa per liberare i vampiri dalla loro schiavitù. Ma queste intuizioni sono servite da dialoghi pietosi e da una regia veramente goffa (il finale è terribile), forse più per colpa di Masiero che di Gramaccioni. In flashback conosciamo un nuovo maestro della notte, un vietnamita, tale Tsiao-Min. Faccio due più due e penso che a Boselli non doveva piacergli per niente per non averla pubblicata nella serie regolare nonostante il maestro. E sono quasi sicuro che questo Tsiao-Min non lo rivedremo mai più.
[RECE] Magico Vento 123 - Sentieri di sangue

Magico Vento trova sulla sua strada un vecchio indiano morente, sepolto fino al collo e a cui sono stati strappati gli occhi. Pagine dopo, Magico Vento entra in una locanda e ordina una tequila. E aggiunge: "Mi ci metti un uovo dentro". Ancora dopo, Magico Vento finisce in balia di un rape & revenge, preda di un redneck enorme e ritardato, e di sua sorella, un'inquietante nana sordomuta. E' bastato questo per capire che avevo in mano uno degli albi più belli della serie. Senza contare la mia irragionevole superstizione: gli albi con la costola rossa sono quelli più belli o come minimo i più cicciuti (seguiti da quelli con la costole blu, verde e per ultimo grigia). Devo dire che era da un po' che non mi gasavo tanto per un numero di Magico Vento. Non che il lavoro di Manfredi si sia fatto col tempo meno egregio, solo che ha subito uno stallo quella evoluzione così sensibile nella prima metà della serie. Da anni si è approdati ad una qualità certa e sicura, a volte anche troppo. Ridendo e scherzando, Gianfranco Manfredi ha firmato la quasi totalità dei centoventitre numeri di cui si compone, ad oggi, questa splendida saga. Solo sette albi sono sceneggiati da altri autori (Segura, Faraci e Queirolo). Quando un nuovo sceneggiatore ha a che fare con una serie dall'identità tanto forte, così strutturata e ben codificata, immagino sia sempre un'operazione a cuore aperto. La maggior parte di chi ci prova finisce per offrire, se va bene, gli albi "minori" della serie, dei buchi nell'acqua se va male. Se va malissimo nasce un Ruju o un Chiaverotti, che viene preso in pianta stabile nella serie per raccogliere una qualche imbarazzante eredità e sputtanarsela tutta. Renato Queirolo conosce davvero bene Magico Vento, essendone il curatore. Quando era sceneggiatore di Nick Raider non mi ha mai colpito particolarmente. E' anche vero che ai tempi ero un moccioso che piangeva in classe perché non gli riusciva suonare la clavietta Antonelli, quindi ci sta che debba tornare su quelle storie, perché magari m'è sfuggito più di qualcosa. So solo che alla terza storia che Queirolo realizza per la serie di Manfredi (peccato che abbia iniziato così tardi), viene voglia di bestemmiare, pensando a quello che sarebbe stato Magico Vento se in mano a quest'uomo. Bestemmiare sì, perché sia detto: Manfredi lo amiamo tutti. Ma visto che sognare non costa niente, ci viene da fantasticare su un Magico Vento raccontato da Queirolo, ben diverso da quello del demiurgo Manfredi ma non meno affascinante. Le storie di Queirolo per questa testata hanno più di un punto in comunque con quelle di Colombo per Dampyr. A entrambi piace organizzare tragedie greche, psicodrammi, giochi al massacro. Entrambi amano popolare le proprie trappole di personaggi inquietanti e fastidiosi. A tutti e due piace andare avanti per scene madri, che restano efficacissime anche fuori dal loro contesto. Va anche detto che Colombo ha poco dell'eleganza e della misura che contraddistinguono lo stile di Queirolo.
Sappiamo che Magico Vento è nel deserto per ritrovare sé stesso dopo aver avuto la meglio sulla sua storica nemesi, l'affarista Howard Hogan, eppure non viene fatta nessuna menzione di ciò durante la storia. D'altronde questa vicenda non ha niente di ascetico, ma è un puro concentrato di violenza, anche della più inutile e indiscriminata, ma sempre filtrata da uno sguardo morale. Troviamo un Magico Vento molto diverso da quello a cui ci ha abituato Manfredi, eppure non dissonante. Un protagonista perfettamente in linea coi toni crepuscolari di questa ultima tranche di storie (la serie finirà col numero 130). Un personaggio che ha perso il suo sangue freddo e la sua proverbiale diplomazia, che per certi versi si è involuto. Un Magico Vento teatrale nei modi, che parla più del dovuto, che gira il proprio dito nelle piaghe altrui e che non ha certo metodi migliori dei nemici che combatte. E mai come adesso è facile trovarsi nemici di Magico Vento. Nella storia in questione muoiono tutti: comancheros, messicani, apache, tagliagole, ragazzini, scherzi della natura, puttane e papponi. E Magico Vento fa onore al suo nome, passando a spazzar via le foglie secche dopo che sono cadute, proprio come la morte. Di grande potenza isterica è l'immagine del villain di turno che, pur colpito a morte, cerca di uccidere l'innocente nipote, che il caso vuole avversario nella spartizione dell'eredità, solo per poter dire di essere morto ricco. Così come potenti sono le lente, estenuanti agonie di diversi personaggi, carnefici finiti vittime della loro guerra totalmente inutile e autoconclusiva. Questo aspetto è stato raccontato anche in altri felici episodi della serie, come "Killer town" e "Lo zoo di Kelly", ma mai così efficacemente. Una storia così forte e straniante è, invece, resa ancor più "ufficiale" dal fatto di essere illustrata dalla coppia Barbati & Ramella, vere istituzioni della serie. Una scelta felicissima e non banale, e a questo giro se la cava pure Stefano Biglia, intervenuto a dare una mano come inchiostratore. In definitiva, un albo che sarebbe stucchevole e patetico se sceneggiato da qualcuno meno abile di Queirolo. Ma Queirolo, pur giocando col fuoco, riesce a scongiurare in pieno questo rischio, perché non c'è compiacimento, non ci sono strizzate d'occhio nel mostrare questo Magico Vento, non c'é nessuna missione-maledettismo. Ne esce una storia che viene voglia di rileggere subito, non appena finita, per lasciarsi cullare ancora dal suo marcio. Sono sicuro che se questo albo costasse sei volte tanto, se fosse stampato in grande formato e venduto nelle fumetterie, sarebbe già un piccolo classico.
[REC] David Murphy 911

Immaginiamo che oggi il cantante Claudio Villa venisse riportato in vita e, appena cosciente, fosse preso di peso e scaraventato in una cantina buia. Lo immagino che atterra di faccia in una pozzanghera di piscio. Quello che fu il fiero e sanguigno reuccio di "Granata" e "Serenata celeste", improvvisamente sarebbe un pulcino impaurito, confuso, disperato, non capirebbe dov'è, chi è, cosa sta succedendo. Poi entrano quattro nani vestiti da Four di Ciao Ciao e gli mettono una camicia di forza, lo strattonano inutilmente, giù calci, poi lo prendono per i capelli e gli strofinano il muso addosso ad un albo di David Murphy perché lo legga, a forza, fra i conati e le lacrime, ha un'ora di tempo prima di tornare nell'eterno nulla della morte. Intanto Roberto Recchioni vede tutta la scena da un monitor e mangia un ghiacciolo.
Solo a me questa immagine fa impazzire di rabbia? Fine della divagazione.
Detto questo, lo sapevo che prima o poi un fumetto di Roberto Recchioni m'avrebbe convinto. Direi che me lo doveva, dopo anni che seguo John Doe (e nel mezzo pure Detective Dante) col nervoso a fior di pelle. Dice: allora hai un gran tempo da perdere? Sì, in parte. Poi, tutto si può dire tranne che John Doe non sia un fumetto vivo, scritto attivamente e stillante entusiasmo da ogni tavola, e già questo mi basta. Senza contare che leggo qualsiasi bonellide migliore di Jonathan Steel, il meno peggio fra quelli che lascio sullo scaffale.
Ora, è assurdo che il fumetto di Recchioni che mi convince non sia un rape & revenge o uno psicodramma carcerario, bensì uno spassionato tributo al genere action. Sia detto: io sto ai film con Schevarnaze e affini come un diabetico alla sachertorte. Però se puttanate stile "Commando" o "Cobra" fossero state come David Murphy, ci sta pure che mi sarebbero piaciute. Non so quello che è - sarà la pastella - ma magari è il supporto cartaceo a fare la differenza, conferendo al tutto un peso specifico maggiore, sapendo di caldo artigianato e non di baracconata hollywoodiana alla Michael Bay, anche se magari Recchioni ci aspirerebbe (vai a capirlo).
Passando ai disegni, c'è da dire che un apporto fondamentale e ingombrante al ritmo arriva dal lavoro di Matteo Cremona, che confeziona tavole ad elevato numero di ottani, d'impatto, aggressive e attivamente studiate, che giocano costantemente al rilancio su una sceneggiatura già cardiopalmata a dovere. Cremona arriva un po' di fretta alle tavole finali, ma non disturba più di tanto visto che è tirato al massimo fino al climax della storia. Mi sono invece piaciute parecchio meno le copertine del golden-boy Dell'Otto. Le ho trovate fuori fuoco, per niente incisive né intriganti, ben poco in linea con quello che poi sono i toni della miniserie. Peccato, perché invece la versione in bianco e nero (QUI) con logo alla Big Jim, pur non facendomi impazzire, non mi disgarbava per niente.
E infine, pane al pane: dove l'intraprendente Star Comics arranca nelle sue proposte bonellidi, con serie impacciate e inoffensive (dio che nervi Memola che rassicura il suo pubblico che "Rourke" sarà sì una serie a tinte horror, "ma non sarà un fumetto cupo"! E che sei, un ciellino?), va dato atto alla più prudente Panini di essere riuscita a far centro al primo colpo, proponendo qualcosa per nulla scontato ma innovativo per il formato bonellide. Fu così anche anni fa, quando propose quello che per me resta forse il miglior bonellide di sempre: la miniserie fantascientifica "Arkhain", di Lorenzo Calza e Stefano Raffaele, che aveva molto in comune con David Murphy quanto a fluidità di fruizione. Ora c'è solo da sperare che la Panini rilanci con nuove fulmicotonate proposte e che David Murphy abbia un seguito (alle matite mi ci garberebbe anche quel dio di Giorgio Pontrelli), nonché una ristampa in volume unico, a colori, grande formato, come merita, senza questa cosa dei "tempi interessanti" che in bocca a 'sta vecchia non si puole sentire!
Novembre 2008: fioccano bonellidi!

DAVID MURPHY 911 - "Nel peggiore dei casi"
Sceneggiatura: Roberto Recchioni
Disegni: Matteo Cremona
Copertina: Gabriele Dell'Otto
Edito da Panini Comics, 96 pp., b/n
Miniserie in 4 numeri, mensile, 2,90 € cad., in edicola dal 7 novembre
E' il primo lavoro di Recchioni (John Doe, Detective Dante) che mi convince senza riserve. A partire dal protagonista, che non dico che c'andrei insieme al Dopolavoro Ferroviario, ma per una volta tanto non ti rompe i coglioni ad ogni pagina. David Murphy 911 è un tributo al cinema d'azione anni '80 (il peggior genere della peggior decade), grazie anche a tavole spettacolari ad opera di Matteo Cremona. Recchioni dice di averlo scelto "perché quando apro un suo albo, parte il THX". E c'ha ragione. Un albo che si fa bere e che ti lascia con la voglia di continuare la corsa, anche per il cliffhanger da cuore in gola con cui si chiude. Bello il montaggio alternato, fra presente e passato, che ci porta a conoscere la genesi dell'eroe e il motivo per cui sarà sempre l'uomo giusto nel posto sbagliato. Originali i redazionali e incisivo l'incipit in medias res. Poi certo, si resta dalle parti dell'intrattenimento più cazzone e disimpegnato, e i fan di Giacomo Leopardi potrebbero restarne seriamente delusi.
QUI, intervista a Roberto Recchioni. QUA, tavole in anteprima.
LILITH - "Il segno del Triacanto"
Sceneggiatura: Luca Enoch
Disegni: Luca Enoch
Copertina: Luca Enoch
Edito da Sergio Bonelli, 128 pp., b/n
Miniserie in 20 numeri, semestrale, 3,50 € cad., in edicola dal 21 novembre
Chi temeva che Lilith fosse Gea con meno carisma, stesse tranquillo: qua siamo proprio da tutt'altra parte. Un'opera più matura, meno ammiccante, per nulla scanzonata, ma emotivamente tesa e dal peso specifico notevole. Enoch è un perfezionista, crea un mondo e te lo fa percepire tutto, anche perché ha in testa idee perfettamente a fuoco. La protagonista è interessante, magnetica, pure arrapante, e si mangia a colazione la mocciosa fotofobica bassomunita mistress di paraplegici. Lilith (anzi Lyca) è anche un personaggio che ti ci voglio a gestirlo in un fumetto popolare, sia perché se ne sta chiappe al vento per gran parte dell'albo, sia perché è capace di fare il peggio anche ai meglio. Il lavoro di Enoch comprende una ricerca storica molto approfondita eppure mai ostentata. L'antica Grecia che fa da teatro alle vicende di questo numero non ha bisogno di snocciolare citazioni e folklore per arrivarci come credibile e immersiva. Uno dei migliori albi d'esordio per una serie Bonelli. Forse lo zenith, fino ad oggi, dell'autore completo Enoch.
QUI, intervista a Luca Enoch. QUA, tavole e studio dei personaggi.
TRIGGER - "I messaggeri"
Sceneggiatura: Ade Capone
Disegni: Matteo Mosca, Elia Bonetti, Ivan Vitolo, Sergio Gerasi, Stefano Santoro
Copertina: Matteo Mosca
Edito da Starcomics, 96 pp., b/n
Miniserie in 6 numeri, bimestrale, 2,70 € cad., in edicola dal 26 novembre
Anche Ade Capone tradisce la fascinazione per Lost. E aggiungerei: dio d'un dio! Questo albo ne è purtroppo l'evidente dimostrazione. Quattro protagonisti, una ministoria di 24 pagine per ciascuno. I quattro albi successivi saranno dedicati ognuno ad un personaggio. E l'ultimo? Ovviamente sarà corale e incrocerà le varie storie. Il genere è uno di quelli che non augurerei neanche ai peggio nemici: "fantascienza col dna di mezzo". E' un esordio solido per chi ama Capone, ma molto di pragmatica, poco sorprendente e che non lascia grande interesse dopo la lettura. In effetti la seriosa e testosteronica poetica dell'autore sembra bloccata a Lazarus Ledd, nei pregi e nei difetti. Qua sembra contare più la storia che i personaggi, che non escono dalla pagina disegnata. E non è che la storia paia così imprescindibile. Per certi versi ricorda l'esordio di Nemrod dell'anno scorso, poi rivelatasi una saga pesante e manichea. Certo, è un piatto sicuro per chi ama gli intrighi di Capone, ma gli altri potrebbero restare delusi da questo albo. Lo stesso Alfredo Rampi, nel pozzo, non avrebbe saputo che farsene.
QUI, intervista ad Ade Capone. QUA, il numero zero.
[REC] Volto Nascosto 14 - Dietro la maschera

Volto Nascosto giunge così alla sua conclusione. La miniserie di Gianfranco Manfredi ha avuto il plauso della critica nonché un buon riscontro di pubblico, c'è anche da dire che se l'è meritato tutto. Per chi ha amato la serie e l'ha seguita mese dopo mese, le attese e i timori per questa stretta finale sono ovviamente notevoli. Molti di quelli che stanno scorrendo queste righe avranno già letto l'albo, ma prima di sbloccare le giuste endorfine del "bello!" o del "bleah!" attendono di sapere cosa ne penso io, uno dei migliori, forse il migliore dopo il compianto Enzo Tortora. Che bello sapere che la vostra attesa è finita. Che bello sapere che fra poche righe potrete liberare le endorfine corrette, acquisendo una verità su cui si baserà la vostra scelta di dare sfoggio a questi albi nella vostra libreria o relegarli allo scatolone in cantina. In generale: che bello avere un Gori nella vita che ti risolve le cose e ti plagia nottetempo. Dio solo sa quanto vorrei incontrarmi, fare amicizia con me e scappare nella magica Vercelli.
Quello che Manfredi ci regala è un epilogo da feuilleton, un filo provinciale rispetto alla grande epopea africana ma generoso di momenti forti. Un finale in cui ci scappa il morto, sia detto, dove c'è spazio per il disvelamento della mistery e pure per un'inattesa resa dei conti. D'altronde si sa quanto Manfredi ami il melodramma. Non è mica a caso che ha popolato la saga di Magico Vento di personaggi come Rita Fletcher, Norma Snow o Dick Carr, gente coi problemi che pare uscita da un melò di Douglas Sirk, ma anche un po' da un noir di Robert Aldrich. Non sempre però l'autore sa gestire il genere come si deve. La faccio corta: in questo albo vediamo Ugo Pastore struggersi e desiderare la morte perché "senza Matilde non posso vivere". Inutile dire che si rimane sorpresi se va bene, basiti se va male. Io non sapevo che Ugo amasse Matilde così tanto, a me mi pareva solo che gli piacesse un po', ma per limonare, cioè ragazzi tipo "non mi voglio legare". E va bene, Ugo talmente pazzo di Matilde da invocare la morte piuttosto che una vita con Sandra. Questo lo acquisiamo come un dato di fatto, ma non possiamo certo dire di "percepirlo". Non c'è stata un'adeguata preparazione nei tredici numeri precedenti per convincerci di tutto questo struggersi. E' la stessa cosa successa in Magico Vento nei fatti del Little Big Horn. Manfredi decise che, prima di crepare, il generale Custer avrebbe dovuto sgranare gli occhi, ridere isterico e recitarci il matto. Ma noi non lo conoscevamo affatto così! E vogliamo parlare del finalissimo di questo finale, in cui Ugo decide di indossare la maschera di Volto Nascosto per diventare il santo protettore di Tor Pignattara? Della serie: eroe a casina mia, che l'Africa è un po' troppo. L'ultima tavola sarebbe quasi ridicola, se non fosse di un weird che però ispira simpatia e ti lascia bene. Insomma, la pecca più evidente dell'albo è il comportamento di Ugo, e ci metto pure il duello che ingaggia, tanto sorprendente quanto poco credibile. Un comportamento stonato che spicca proprio perché, al contrario, tanto Vittorio che Matilde sono tratteggiati con perfetta e impeccabile coerenza fino all'ultimo. Poi io sono incontentabile e dico anche: belle le tavole di Rotundo, un ragazzo d'oro, ma qualche anno fa era molto più bravo. E' il problema di tanti disegnatori dalla linea chiara e dal tratto pulito, che quando cercano una sintesi rendono il lavoro solo più affrettato. E allora sporcate il vostro stile, dico io! Ma loro niente, non la vogliono capire. Arrivati a questo punto uno dice: il Gori s'è innervosito e questo finale è brutto. No, per niente. Il Gori non si innervosce MAI e i pregi dell'albo sono maggiori dei difetti. C'è anche da dire che questi ultimi tradiscono calore ed entusiasmo, finendo per conferire ulteriore carattere all'opera di Manfredi. Sia chiaro: il fatto che questo albo ti incolla alla pagina e si staglia nella memoria già fa la differenza. Non è nè il finale convenzionale di Demian, nè quello scorretto (con tanto di deus ex machina) di Brad Barron, talmente orrendo da gridare vendetta e rendere inutile l'intera saga. E non è nemmeno l'epilogo perfetto ma apertissimo di Gea. Qua abbiamo un finale vero, generoso, tanto coraggioso da sbracarsi, senza happy ending né senza furbe aperture in extremis. Avrei scommesso che sarebbe stato un epilogo compresso e di corsa (classico problema di Manfredi), mentre risulta di ampio respiro e perfettamente dosato nelle 94 tavole dell'albo. Mi è piaciuta moltissimo la risoluzione del giallo sull'identità del secondo Volto Nascosto. Manfredi nella pagina redazionale ha avuto il coraggio di dire che nessun lettore c'aveva preso. Viene da pensare che non abbia ricevuto nessuna lettera! La soluzione è tanto prevedibile quanto credibile, perfettamente maturata (quella sì) nel corso dell'intera saga. Manfredi poteva tentare la carta della sorpresa di rinterzo, del tipo: Volto Nascosto sta per Vento Magico ed è Ned Ellis da vecchio. Oppure un finale da film horror: quella non era una maschera... ma la faccia vera e propria!!! AAAAAHHH!!! Per fortuna non è caduto nel tranello di doverci sorprendere a tutti i costi. Se lo avesse fatto avrebbe boicottato retroattivamente l'intera saga, disseminando indizi solo per sviare. Ma non è il suo stile.
In definitiva, se forse l'apice della saga resta da un'altra parte, probabilmente in Africa, questo finale si fa amare per la sua generosità ed è inutile fare la conta delle imperfezioni. E' un epilogo per niente confortevole o diligente, bensì teso, ispirato e vivo. Manfredi avrebbe potuto farsi due conti in tasca e rischiare molto meno, dirigere un finale buono per tutte le stagioni e che non scontentasse nessuno, in cui magari muore un personaggio secondario ma di certo la serie resta aperta, con tutte le sue potenzialità intatte e magari un rilancio finale per un eventuale seguito. Per questa scelta opposta, netta e scomoda, massima stima a Manfredi e un grazie per questa serie che ci ha regalato, che rimpiangeremo ma che rileggeremo.
Ma allora, se ora fioccano tutti questi complimenti, perché ho dedicato più parole alle mancanze che ai pregi? Niente, solo perché come al solito volevo fare il simpatico.
[REC] Julia 117 - I misteri di Smiling Lake

L'ultimo albo di Julia è la perfetta sintesi di pregi e difetti della serie. La vicenda narrata è un tipico sottogenere delle detective story: un mistero che sembra sconfinare nel paranormale ma che, appunto, "sembra". Aggiungiamoci poi un gruppo di assortiti personaggi chiusi in una villa fuorimano, quindi un burattinaio nell'ombra: il gioco è fatto. Un soggetto piuttosto ovvio e prevedibile dà sfoggio di sè sulle pagine della serie gialla di Giancarlo Berardi. E non è neanche la prima volta, perché la stessa storia, con poche variazioni, si era già letta nel numero 32, dal titolo L'Uomo Ombra.
Un albo come questo, è anche la cartina tornasole di cosa è diventata Julia a quasi dieci anni dalla sua nascita editoriale. Ai tempi i toni della serie erano neri, adulti, poco rassicuranti e ancor meno confortevoli. Basti pensare alla trilogia di albi con cui Julia esordì, quelli dedicati a Myrna Harrod, assassina seriale nonché nemesi della criminologa. Ma anche storie sconvolgenti - è davvero il caso di dirlo - come Jerry E' Sparito, Lo Specchio Infranto o Il Ritmo Nel Sangue. Oggi purtroppo Julia è mutata in una classica serie di gialli stile Miss Marple, dal gusto rotondo e ad alta digeribilità. Non è scemata troppo l'ispirazione, ma di certo Berardi dimostra priorità diverse. E il cambio dell'immagine a frontespizio di ogni albo dichiara a chiare lettere questo programmatico ammorbidimento dei toni, probabilmente voluto da Sergio Bonelli stesso. Certo, qualche eccezione resta, vedi le ricomparse di Myrna, ma la Julia odierna è distante mille miglia da quella degli esordi, dove tra le altre cose prevaleva uno stile di disegno dalla linea scura e sporco, al contrario di adesso, che di inchiostro, notte, sangue e cantine-prigioni ce ne sono sempre meno. Vedi per esempio la prova come sempre "corretta" di Ernestino Michelazzo in quest'ultimo numero, un disegnatore di buon talento ma dello stile puntualmente subordinato ad una imprescindibile leggibilità.
Va detto che, se il lavoro non convince a lungo termine, nello specifico risulta però impeccabile. Berardi sa raccontare storie come pochi altri, tratteggiando in maniera convincente e spesso sfaccettata ogni personaggio, anche con pochi tratti. Basta vedere, in questa storia, come gestisce la relazione fra Julia e il fidanzato Jeff, e come riesca a far sì che Julia reciti sè stessa, una donna nella propria complessità, in maniera tanto naturale e convincente. Per un uomo è difficile sceneggiare una donna e inventargli dei dialoghi realistici, restituirne la complessità e, appunto, una femminilità fuori dai cliché. Giancarlo Berardi in ciò è un maestro indiscusso dai tempi de La Ballata Di Pat O'Shane.
Ma visto che la vita non è infinita, ci si chiede: cosa resterà di questi dieci anni che Berardi ha dedicato integramelmente alle avventure autoconclusive di una criminologa? Una serie scritta in maniera perfetta, certamente, un esercizio di stile ammirabile e replicato ogni mese. E' banale e risaputo dirlo, ma l'ombra di Ken Parker continua a pesare su ogni pagina di questo fumetto tanto piacevole quanto inoffensivo. A tanti piacerebbe che questa energia e il talento unico di Berardi fossero sprecati per qualcosa di meno seduto e sicuro.
Demian

Ho un conto aperto con Pasquale Ruju. Lui è uno dei due responsabili della fine di Dylan Dog. Ad aprirgli la via fu Claudio Chiaverotti, altro bell'elementino, irrotto in piena era Sclaviana e sopravvissuto a Sclavi stesso. Praticamente i due si sono dati il cambio nell'involvere il complesso e magnetico personaggio originale in un bambolotto stupido perso nelle vignette di mille gialletti confortevoli. Nelle loro storie, Dylan Dog c'è solamente perchè ci disegnano lui e non Luca Sardella. Ma non si percepisce, non tocca il cuore, non emoziona. Dylan Dog, da anni, è una lettura a dir poco insopportabile.
Quando ho saputo che Sergio Bonelli aveva affidato a Ruju una delle nuove miniserie in uscita, non so che effetto mi fece ma tirai fuori una faccia strana. Pensai che, certo, mi veniva incontro la legge delle probabilità: anche a casaccio, anche per sentito dire, Demian a Ruju gli sarebbe venuto meglio dell'indagatore dell'incubo. A dire il vero è ciò che credetti anche quando fu Chiaverotti a lasciare quella serie per dedicarsi ad un personaggio tutto suo, Brendon, uno che Grignani gli fa una sega. Ma lì Chiaverotti ci dette dentro per tirar fuori la quintessenza del distillato del succo della sua peggior poetica maledettista. E ci riuscì, trovando almeno una serie per far danni per conto suo.
Demian ha concluso la sua corsa col numero diciotto, come promesso. La notizia brutta è che la miniserie non è stata niente di che, quella bella è che non è stata per nulla accia. Anzi, probabilmente è la cosa a fumetti che è riuscita meglio all'autore sardo. L'aspetto su cui è più duro passar sopra è la figura del protagonista, realmente insopportabile. La tipica "anima graffiata", introversa, sensibile, ferita e quindi capace della peggior violenza. Solite cose: cuore nero, angelo caduto, lupo solitario, comprare latte, citofonare Cesira, astenersi perditempo. Un poeta-picchiatore, ma introverso, ma però silenzioso. Lunghi capelli biondi, faccia scavata, sguardo penetrante alla Luca Dorigo, giubbotto di pelle. Però ogni tanto inforca gli occhialini e legge Baudalaire. 'A Damiano, ma chi pigli per il culo?
La miniserie, vista nel suo complesso, ha una sua buona organicità e una continuity ben dosata (molto meglio che in Brad Barron, per dire). Ottima l'idea di tre nemici principali, che agiscono indipendentemente l'uno dall'altro. Certo che uno di loro, Jean-luc Corsari, a Ruju è venuto particolarmente bene e si sarebbe meritato di far fuori Demian e diventare lui il titolare della testata. Ma questo succede anche nelle migliori famiglie: quanto sarebbe bello se Myrna ci togliesse Julia Kendall dalle palle?
Ruju si porta dietro i suoi soliti difetti, dialoghi legnosi e psicologie banali, ma qua tutto pare meno grave che in Dylan Dog, fosse anche solo che questa è roba sua e non ci sono confronti da fare. In compenso sa scrivere storie veramente piacevoli da leggere e discretamente tese. L'albo finale per esempio, che quasi sempre lascia l'amaro in bocca, è da dirsi davvero riuscito. Certo che restano in testa momenti rujani veramente imbarazzanti e di quel patetismo che solo lui può. Come la signora che muore durante la rapina al supermercato, nell'albo Sindrome Di Stoccolma. Abbiamo visto quest'anziana casalinga per mezza vignetta in tutta la storia, non ha fiatato, ma quando viene colpita a morte ha una vignetta tutta per la sua agonia e per la sua frase storica: "oh no... i miei figli... resteranno... senza cena...". Ussignùr, quanta commozione (mavattelappianderculo).
Il comparto dei disegnatori è di sicura qualità, pur senza cannonieri nè fantasisti. Era più alta la media per Brad Barron, ma lì c'erano dei mis-casting imbarazzanti, come impiegare la Lazzarini in una serie ambientata negli anni '50, ma anche due numeri tattici disegnati coi piedi da Avogadro. Su Demian tutti fanno il loro sporco lavoro e il risultato è sempre buono, con una vetta nel penultimo numero, disegnato da un ottimo Lito Fernandez.
In definitiva, una miniserie che non risolve il buco dell'ozono, ma se è per questo nemmeno l'aggrava.
[REC] Dragonero

Aldilà delle terre civilizzate dell'Erondàr, oltre la ciclopica barriera del Vallo che separa l'Impero dalla Terra dei Draghi, le Torri di pietra stanno crollando. I giganteschi monoliti cedono uno dopo l'altro sotto le spinte furiose di una forza malefica. L'Antico Divieto, il sigillo che incatena gli antichi Abomini nel loro buio mondo, sta per essere infranto. Il mago Alben sa cosa deve fare. Convocherà Myrva, giovane seguace dei potenti Tecnocrati; sceglierà Ecuba, una monaca guerriera che vegli su di lui; richiamerà a sé Ian Aranill, ex ufficiale dell'Impero, per avvalersi della sua esperienza di scout, insieme all'orco Gmor, il suo fedele amico. Alben sa che dovranno affrontare le forze malefiche evocate da Shivera¡ta, suo antico nemico, e le orde degli Algenti, gli unici esseri senzienti che abitano la Terra dei Draghi. E sa che Ian, membro dell'antica famiglia dei Varliedarto, gli Uccisori di Draghi, è l’unico che potrà opporsi all'ultima terribile minaccia che dovranno affrontare.
Dragonero inaugura la collana "Romanzi a fumetti" per la Sergio Bonelli Editore. Un tomo di trecento pagine, un racconto fantasy di stampo classico seppure con componenti di steampunk. L'avventura è piacevole e si lascia leggere senza pretendere di innovare alcunché, pur denotando una certa passione per il genere da parte degli autori. Dato però il ruolo apripista di questo titolo, che sancisce un passo importante per la Bonelli, a mio avviso era lecito attendersi qualcosa di più. Almeno un'opera che potesse fare bella mostra di sè tanto nella nostra libreria che nella nostra memoria, e che invitasse ad essere ripresa in mano anche dopo la prima lettura.
Dragonero è scritto a quattro mani da due degli autori di punta della casa editrice milanese: Luca Enoch (Sprayliz, Gea) e Stefano Vietti (Nathan Never). La narrazione ha un buon ritmo, dialoghi brillanti e non scende mai sotto la sufficienza, ma bisogna ammettere che non traspare una grande chimica fra i due sceneggiatori, visto che si riesce facilmente a distinguere quali sono i capitoli scritti dal primo e quali dal secondo. Le mie aspettative erano in tal senso ben precise: piena fiducia per Luca Enoch, che avrebbe conferito carattere e stile alla storia, molto meno per Stefano Vietti, che ero certo l'avrebbe zavorrata verso l'anonimato. Tali attese sono state tuttavia ribaltate. Stefano Vietti si è sorprendente dimostrato autore di un lavoro solito e stratificato, curando il tutto in maniera meditata e impeccabile. Il lavoro di Luca Enoch è invece molto più istintivo, e paga l'ansia di portare nei suoi capitoli tutti i tic, i buonismi e missioni-simpatia di Gea. Ma mentre su Gea queste griffe hanno un senso, in capitoli estratti a sorte di questa saga appaiono forzati e fastidiosi. Un'altra pecca della storia è la troppa carne al fuoco in proporzione alle trecento tavole di cui il volume di compone. Troppi personaggi, non tutti adeguatamente approfonditi, e una "missione" che col senno di poi appare il making-of di quella stessa missione, visto che quando si inizia a quagliare c'è già l'epilogo dietro l'angolo.
Un po' di delusione anche per quanto concerne i disegni. Matteoni è un esordiente di lusso e un sicuro talento, ma è tangibile la differenza qualitativa fra il primo eccezionale capitolo e tutto il resto. E' tipico per certi balenotteri, ma in un progetto ambizioso come questo ne avremmo fatto volentieri a meno. Ed è la riprova di una mia vecchia idea in proposito: qualsiasi talentuoso disegnatore dallo stile dettagliato, se lavora al risparmio, diventa qualcosa di simile a Gino Vercelli (per me il più mediocre disegnatore alla Bonelli, insieme a Piccininno e Cossu). E infatti lo stile di Matteoni perde presto in plasticità e rigore, le sue tavole finiscono per riempire sempre meno lo sguardo e apparire disequilibrate nei chiaroscuri. Inoltre l'inchiostratura non riesce a nascondere la fretta e trasformarla in sintesi, ma non nasce un Milazzo tutti i giorni. Insomma non un lavoro indecente, ma dal confronto con le prime tavole risulta davvero un'occasione sprecata.
In definitiva Dragonero è una graphic novel potabilissima, ma visti i nomi in ballo e le attese maturate, ci si aspettava come minimo un piccolo classico. Invece il volume regala ben poco oltre alle due orette in cui si lascia leggere.
Ma per non fare troppo le pulci a questo lavoro, è bene specificare che è un miliardo di volte migliore un fantasy di genuino artigianato come questo, che una qualsiasi pacchinata ad alto budget per il grande schermo, da Narnia a Il Signore Degli Anelli.
Lupo Solitario

LUPO SOLITARIO
Il cielo di piombo
la pioggia incessante
intorno nessuno.
Insegne fluorescenti
intermittenti, guaste
che friggono gocce di pioggia.
Riflessi distorti
su pozzanghere torbide.
Rumori, fumi, silenzi.
Lui vaga solo
solo da una vita
piangendo lacrime di ghiaccio
insieme alla pioggia nera.
Lo sguardo basso
come un lupo ferito
o forse in gabbia.
Un lupo solitario
solo e dannato
come un angelo caduto
un’anima perduta nel nulla.
E in mano la foto di lei
strappata alla vita.
Maledetti.
Si fa chiamare Nessuno
e Nessuno cerca vendetta.
Ultimi battiti forse
per quel cuore trafitto dalle tenebre.
E’ la morte, la fine
la sua unica amica ormai.
E non ha mai pensato
neppure per un solo istante
di andarsene a fare in culo
sbarbino gasato del cazzo.
[REC] Il Legionario

Quando sul Giornale Di Sergio Bonelli
ho letto di una graphic novel sulla legione straniera,
per me è stato istintivo gioirne e contare i giorni che mi
separavano dalla sua uscita. Molti hanno trovato questo
progetto indifendibilmente demodè e hanno
storto il naso in automatico, come se questo fosse sininomo di
scarsa qualità. Personalmente, da nostalgico di tutto quello che è
passato (tutto, senza eccezioni), non posso chiedere di meglio da una
graphic novel. Sì, fieramente fuori moda e anacronistica, un tappeto
volante che mi porti in mondi (anche
narrativi) suggestivi e dimenticati. E questi sono
i regali che solo da un concreto romantico
come Sergio Bonelli mi posso attendere. Un artigiano senza
complessi d'inferiorità che non ha mai cavalcato la moda del
momento, che se ne frega di Lost e delle WinX, ma
che si appassiona a progetti tutti suoi, come la futura miniserie
di "fantascienza alla Jules Verne" commissionata ad Antonio Serra. Va
da sè che alla fine della fiera (e alla faccia di chi gli vuol
male), il "conservatore" Sergio Bonelli sia sempre l'unico che resta in
piedi.
Vedo la copertina de Il Legionario e non credo ai miei occhi. La grafica rimanda alla mente i fasti de Un Uomo, Un'Avventura, mentre il tratto del grande vecchio Renato Polese evoca l'indimenticabile epopea di Storia Del West,
capolavoro di Gino D'Antonio. L'unico dubbio mi arriva da
Stefano Piani, l'autore della storia. Uno sceneggiatore che ha
frequentato molte testate Bonelli, con risultati discontinui,
che spesso tende al piatto e all'impersonale. Non fastidioso come un
Pasquale Ruju, ma certo non una garanzia di qualità, pur
se capace di piacevoli sorprese. Sinceramente non ce lo vedevo a
perdersi in un appassionato lavoro di
filologia come questo progetto avrebbe meritato, ma
l'ottimismo mi faceva ben sperare.
Purtroppo, una volta in mano
l'albo, ho avuto la riprova di come a pensar male ci si azzecca
spesso. Innanzittutto dimenticatevi di amori falliti, amicizie
forti, onori perduti e tutti i tòpoi che sarebbe lecito attendersi da
una storia ambientata nella legione straniera. In questo
malloppo di 230 pagine, quel suggestivo mondo è
evocato solo nel titolo. La storia è un giallo buono per tutte le
stagioni e per ogni contesto, dal fantascientifico al western, tanto
che Stefano Piani avrebbe potuto adattarlo ad ogni serie
Bonelli. Da un numero unico come questo, quello che ti
aspetteresti è qualcosa fatto per essere ricordato, che non si
esaurisca alla prima lettura ma che ti lasci quella voglia
di tornare ancora su quelle pagine. Al contrario, questa
è una storia usa-e-getta, che non dà e non lascia
niente. E' leggibile certo, ma niente di più. Quell'intrigo giallo
è in realtà un gialletto senza nessuna necessità, una storia
tappa-buchi scritta per inerzia. Lo stile del racconto è
piuttosto passivo: non capita mai di essere coinvolti nelle gesta
dei protagonisti o di porsi interrogativi, ma nemmeno di
sentirsi immersi in una trama
vagamente intrigante. L'albo tradisce lontano un miglio una
sceneggiatura portata avanti a vista, senza
alcuna lungimiranza e pure in maniera piuttosto sciatta. Il
risultato è una storia sbilanciata ed eterogenea in cui, come
se Piani fosse arrivato lungo al finale, più si va avanti con la
lettura più la narrazione accelera e pare tirata via, fino ad arrivare
dalle parti di una imbarazzante comicità involontaria. Tant'è
che ci troviamo troppe
volte a prendere atto dell'ennesimo rovesciamento nel giro di
una vignetta, senza avere il tempo materiale per
"percepirlo". Inoltre, se è vero che una psicologia sfaccettata
dei protagonisti non era necessaria, almeno era lecito
attendersi personaggi intriganti e ben caratterizzati. Qui invece
abbiamo macchiette prive di ogni valore, del tutto subordinate
all'intreccio. In definitiva, Il Legionario è davvero
un'occasione sprecata. Un tradimento rispetto all'aspettativa che
un progetto del genere poteva alimentare negli appassionati
d'avventura con la A maiuscola, ammesso che ancora ce ne siano.
Alessandro Gori
Brad Barron in 5 atti

Alessandro Gori
[REC] Dylan Dog n.240 - Ucronìa

Dylan Dog n.240
Ucronìa
Soggetto e sceneggiatura: Tiziano Sclavi
Disegni: Franco Saudelli
Copertina: Angelo Stano
Dopo quasi cinque anni d'assenza, il Tiz torna alla sua creatura. Va detto che questo non è un ritorno in pianta stabile, ma solo una gita. E c'è da pensare che il Tiz non ne abbia valutato bene le conseguenze. Sclavi che finalmente torna a dar voce a Dylan Dog, toglie ogni scusa a quella patetica marionetta che è il Dylan Dog di ogni mese. Ucronìa è un paradigma del Dyd che vorremmo ancora e insieme un memorandum di quello che un tempo è stato questo incredibile fumetto, del mondo che portava negli zainetti degli adolescenti. Un perfetto esempio di qualità popolare e comunicativa. Non uno specchietto per le allodole, non uno stiloso gadget, ma qualcosa con un'anima palpitante. Quei mostri che raccontavano così tanto di noi, altro che le ridicole puttanate di Frank Miller e James O' Barr.
Tiziano Sclavi poteva tornare come avrebbe fatto Stanley Kubrick, con un'opera perfetta e monumentale, mentre saggiamente sceglie tutt'altra direzione. La storia di Ucronìa è uno di quei deliri lucidissimi che abbiamo amato in albi sgangherabili come Tre Per Zero o Per Un Pugno Di Sterline. Cosa ne sarebbe del mondo se la storia avresse preso un'altra direzione? Cosa, se Hitler e Stalin si fossero alleati? Ecco appunto l'ucronìa. Questo albo non ha il tormento de Il Tornado Di Valle Scuropasso o dei numeri di Dylan Dog che hanno scandito la storia della serie, ma è annoverabile fra le commedie sofisticate dello Sclavi più recente, da molti considerato ingiustamente quello 'minore'. Ucronìa è un bizzarro cocktail di fantascienza, humor, enigmistica e filosofia. Non c'è quasi spazio per quell'orrore classico - anche se classico non è mai stato - che evidentemente non motiva più l'autore. Sclavi s'interroga sul caso e la necessità, sull'esistenza di Dio e se Dio gioca a dadi, ma lo fa con la saggia leggerezza di divertissement d'alto livello. Racconta il microscopico per riflettere sui massimi sistemi.
Con il suo stile inconfondibile, simile a nessun altro, Sclavi realizza il solito albo memorabile e lo fa quasi distrattamente. La sua scrittura è di naturale brillantezza, morbida eppure spericolata. Proprio come piace a noi e come solo a lui perdoneremmo. Della serie: giri l'angolo e sei su Marte. Lontano dagli sterili e confortevoli gialletti del Dylan più recente, Ucronìa è un albo barocco, debordante, contagioso e che invita ad una lettura attiva. Dove altri autori cercano disperatamente di mascherare le loro scopiazzature, Sclavi porta in scena tutte le sue passioni. Da Bret Easton Ellis ad Art Spiegelman fino a Umberto Eco. Lo fa senza vergogna. E il risultato è uno sfrenato happening su carta, una festa in maschera dove Patrick Bateman sgranocchia salatini con Albert Einstein. Questo crea l'ideale ambiente per fidarsi, quindi per riflettere ed emozionarsi. Perchè anche se sono passati vent'anni, Sclavi riesce ancora a toccarci dentro come nessun altro. E quel momento inaspettato, in cui un timido alieno sbarca su un pianeta Terra deserto e versando una lacrima pensa "siamo soli...", è qualcosa che ti scioglie il cuore e che non dimentichi. E' puro distillato dell'unico autore che vorremmo leggere.
Alessandro Gori
Dalla parte di Dylan Dog

Se la morte di un impiegato del catasto risolvesse per sempre il problema della fame nel mondo, Dylan Dog sarebbe lì a difendere la vita di quel povero travettino. Dylan è parziale. Per salvarne solo uno solo ne sacrificherebbe mille, all'istante. Ovviamente questo potresti aspettartelo dal Dylan di Sclavi, non certo dagli sterili surrogati di Chiaverotti, Ruju, Di Nardo e troppi altri.
Il Dylan Dog originale era un personaggio di un magnetismo incontenibile e dilagante, pari solo a quello di Ken Parker. Impossibile non percepirlo e non fidarsi di lui a pelle. Se tu incontrassi Dylan Dog per la prima volta, lui esordirebbe mostrando una sua fragilità e non certo con una dichiarazione di forza. Nessuna stretta di mano maschia e sicura, ma magari un sorriso imbarazzato.
Dylan Dog è un antieroe vero, umano, mai mediato, spesso impulsivo e incosciente, uno che le prende perchè sempre troppo scoperto e quindi vulnerabile. Dylan che piange, ama, si perde, si umilia, cambia idea, s'incazza, cade e non sempre si rialza. Ed è un insopportabile e irresistibile moralista, così come lo era Lungo Fucile, così come lo sono tutti i migliori. Ma è anche pieno di idiosincrasie e cadute di stile.
E poi le sue mille donne, quasi una per albo. No, Dylan Dog non è un playboy, non è uno scopatore e nemmeno un ipocrita. E' un sognatore che si innamora ogni volta e pensa ogni amore come il primo e l'unico e l'ultimo. E' ammaliato dal mistero femminile, che non cerca di comprendere e contenere, ma al quale si arrende, si consegna e da esso si lascia dylaniare.
Come giustamente sostiene Paola Barbato, l'intensa e commovente sceneggiatura di Johnny Freak è una perfetta summa della personalità della complessa creatura sclaviana. In quella storia Dylan si trova a prendersi cura di Johnny, un ragazzo deforme e orrendamente mutilato, insieme all'infermiera Dora. Al di là della struggente e dolorosa amicizia per il "diverso" Johnny, è nel rapporto con Dora che Dylan mostra la sua anima più nuda e indifesa, nonchè inedita per un "eroe" dei fumetti. Risucchiato nel ruolo di "padre" per lo sfortunato ragazzo, Dylan si innamora della "madre" Dora. Ma è così perso di lei da non avere il coraggio di farsi avanti. Si troveranno a vivere a stretto contatto, come marito e moglie, ciononostante Dylan cercherà in ogni situazione di dissimulare e nascondere il proprio sentimento. Fino a che, un giorno come tanti, lo vediamo timidamente prendere coraggio: "Io... vorrei... cioè insomma, scusami se... forse hai già qualcuno..." Lei lo ferma, dicendogli che sì, è "molto fidanzata". Dylan la prende bene, le sorride e le dice che è stato meglio saperlo prima: "...cuore in pace!". Fino a che nella pagina successiva lo troviamo a casa incazzato nero, mentre distrugge la propria stanza, galeone compreso, davanti agli occhi di un esterefatto Groucho. Con Dora continuerà a comportarsi normalmente, come ogni giorno, fingendo tranquillità e distanza come il peggior adolescente, ma soffrendo sottopelle come un cane. Quando scoprirà che l'uomo che lei ama è il peggior figlio di puttana, ogni apparenza si incrinerà e Dylan si mostrerà a Dora in tutta la sua rabbia e disperazione, pur recitando (malissimo) la parte del "superiore". Se ne andrà lasciandola in malo modo, sulla soglia di casa. E lei resta lì, in lacrime, poi si volta per entrare ma non fa in tempo, perchè Dylan è già tornato sui suoi passi ed è lì che la bacia. Si baciano. Perchè anche Dora ama Dylan. Perchè non si può non amare uno così.
Alessandro Gori
[REC] Brad Barron n.3 - Terra Perduta

Tossshhhto!

Un nerd in incognito

[REC] Brad Barron n.2 - Fuga Da Manhattan

Brad Barron n. 2, mensile
Fuga Da Manhattan
Soggetto e sceneggiatura: Tito Faraci
Disegni: Anna Lazzarini
Copertina: Fabio Celoni
Chiariamo subito: questo secondo albo di Brad Barron non è all'altezza del primo.
E questo era anche prevedibile, visto che Non Umani era semplicemente perfetto. Ma è difficile replicare un equilibrio perfetto, senza degradarlo in maniera, mestiere, certa qualità. Forse Faraci doveva rischiare di più.
Fuga Da Manhattan resta comunque un albo riuscito. Quello che manca sono le scene madri, la necessità e la compattezza che aveva il primo numero. Se Non Umani seguiva un percorso obbligato, rivedendo tutti i topoi del tema dell'invasione aliena, qua le svolte che la storia prende si fanno fin troppo arbitrarie e non del tutto necessarie.
Le scene d'azione non sono irresistibili. Il tono epico cede il passo ad uno più intimista, ed è da lì che arrivano i momenti più interessanti e inattesi. Percepibili e complessi, pur nella loro sobrietà, i personaggi secondari di Kirkard e Ronald. Così come insospettabilmente intriganti gli accenni ad un vivo antagonismo fra i già conosciuti Har-Kar e Ran-Kon.
Ma quest'albo tutto sommato non memorabile, ci regala comunque un momento bellissimo. E lo fa in una disperata, impacciata e tenera scena in cui Brad finge di essere a colazione, a casa sua, con Gloria e Lucy. Davvero inaspettata una sequenza del genere. Non male per un "eroe classico". Sinceramente commovente.
Deludenti invece disegni della comunque brava Anna Lazzarini, che ha cambiato il suo stile, rinunciando saggiamente alla precisione delle sue tavole per Legs Weaver. Qui è più istintivo e più sporco, ma ha indubbiamente perso qualcosa più che acquistare "altro". Forse andava rivisto proprio nella sua struttura. Anche lì, forse era il caso di rischiare maggiormente.
Di contro, la cover di Celoni è semplicemente stratosferica. Una costruzione dell'immagine da manuale. Intensa, pulsante, così decontestualizzata e plastica da sembrare un logo. Sarebbe stata perfetta per il primo numero.
In definitiva, Fuga Da Manhattan è un buon albo, di quella sicura qualità che pare lontana dalla vera ispirazione. Il risultato, questa volta, non è memorabile proprio perchè troppo "certo".
Camminare sul filo dell'errore, sfiorarlo senza cadere, significa essere quanto di più lontano dall'errore stesso. Evitarlo è più facile, certo, ma assai meno apprezzabile.
Maledetti gerundi

Un adolescente Napoleone si innamora di Calipso, una donna da cui prende lezioni di francese.
Calipso, sposata e in attesa di un bambino, sembra ricambiare il suo amore.
Non ci sarà lieto fine.
Audrey H. Goebbels

Julia, la criminologa.
Questa donna, io non la reggo.
Un bellissimo fumetto di Giancarlo Berardi, ma una protagonista da fumenti al vetriolo.
In poche parole, questa donna è IL MALE.
Julia è un personaggio di un'aridità devastante. Un'aridità impenetrabile ma contagiosa. Molecolare. Ne ha talmente tanta che non la noti nemmeno, perchè è puro ambiente, perfettamente assorbita in quel personcino che ella è. E' come un sidro di Moment diffuso nell'impianto di areazione di un ufficio del catasto: ti tramortisce e nemmeno ci fai caso. Anzi ti fa lavorare pure meglio. Liscio liscio. E infatti ogni albo di Julia ti va giu come un'ostia. Diolaccèchi!
La presunta sensibilità (oh sì) della bella criminologa è in realtà puro narcisismo distillato. E' una sensibilità superficiale, episodica, perfettamente ombelicale. Non lontana da quella dell'Amelìe di Jeunet. Altra bestia.
L'umanità di Julia, quando gli gira di recitare l'umana, nasce e decade con un nonnulla. E' una sorta di combustione spontanea. Ad un certo punto la poverina si annoia, o si inventa un'offesa, o qualcosa me la intristisce (poooveeeraaaaaa!), quindi gira il suo culo secco e se ne va. E la faccia di Audrey Hepburn gli sta veramente PRECISA. Anche se ha l'anima di Goebbels.
"Julia, la criminologa del III Reich". Ci sta.
Arriva Brad Barron!





