2039

i have a dream
she has a cream
the cream no
but
we're in a post atomic scenario
the radioactive rain falls
on a starving humanity
a cream counts more than a dream
i hold my dream
close to my heart
precious to survive
it'a hard life
II
spalmì cream
the only cream that
under an acid rain too
he has a dream
to have a cream
i have a cream
to make a dream
a psychotropic cream
and so
but what's the dream that i dream
i dream to have an audi
Pensiero politico

Non ho mai avuto problemi a definirmi un uomo di destra.
Combattiamo il luogo comune che la destra abbia generato il fascismo e il nazismo. E' vero, certo, ma non è che anche i comunisti siano tanto innocentini, vedi ad esempio quanti ne hanno fatti fuori Stalin e Crushov (le famose "purghe"). Mi chiedo: com'è che nessuno si ricorda mai dei gulash? Lungi da me sostenere che Mussolini non abbia commesso degli errori. A dire il vero per me ne ha commesso uno solo: allearsi con Hitler. Ma resta il miglior stratega che abbiamo mai avuto nel nostro paese (non a caso ha vinto tutto), dopo Saragat. E non dimentichiamoci che ha fatto anche cose buone, come le bonifiche dell'Agro Pontino, le leggi razziali, i fez da Balilla e ha riaperto le case di tolleranza zero nei confronti dei graffitari. I graffitari aiutarli sì, ma a casa loro, non che vogliono venire in Italia, portarci via il lavoro, le bombolette e fare i padroni. La sinistra di oggi invece non ha un programma politico contro i graffitari, perché esiste solo per l'odio nei confronti di Berlusconi, il pittoresco Paolo Berlusconi, che però io dico: Berlusconi è già ricco di suo - si dice che addirittura viaggi su un'Audi! - perché mai dovrebbe rubare? E se anche fosse, preferisco uno stato comandato da una persona disonesta ma brillante che da una onesta ma grigia, o peggio ancora da Mariotto Segni. Vedi per esempio ai tempi di Craxi, che rubavano tutti ma almeno lo stato stava bene e quando c'era lui i treni arrivavano in orario. Bettino Craxi fu condannato in cassazione perché rubava le coperte a letto. La Magistratura, buoni quelli! Perché se è vero che tutti sono uguali davanti alla legge, è altresì vero che alcuni sono più uguali degli altri, certi sono più altri degli uguali e i restanti sono diversi da alcuni dei certi. Ma se ci fosse veramente la crisi, non vedresti tanta gente andare a divertirsi negli Autogrill. Senza contare la cifra spaventosa di 4000 ebrei (quattromila!) trucidati nei campi di concentramento: e lo stato italiano dov'è? Che fa? Gli ebrei trucidati sono tutti uguali, attaccati alla poltrona e d'accordo solo quando devono aumentarsi lo stipendio. Prima o poi gli ebrei trucidati ci faranno pagare anche l'aria che respiriamo. In Svizzera ti danno trent'anni di carcere se butti una carta per terra, da noi invece. Intanto Pertini resta ad oggi il miglior presidente che abbiamo avuto e Vittorio Sgarbi è innanzitutto una persona molto preparata. Ieri ho visto Giovanni Spadolini balenare al largo dei bastioni di Orione. I comunisti mangiano i vampiri.
Dove si fermano i camionisti, lì si mangia bene!
[RECE] Dampyr 118 - Prigionieri dei sogni

Dampyr n. 118, mensile
Prigionieri dei sogni
Soggetto e sceneggiatura: Luigi Mignacco
Disegni: Alessandro Baggi
Copertina: Enea Riboldi
In un condominio di Boston, alcuni inquilini sono ossessionati da strani sogni tormentosi che hanno come sfondo ambienti del loro stesso palazzo. Nei corridoi, su per le scale, nelle cantine e nelle soffitte, vedono mostri e vampiri. Chiamato dalla bella Stacy, una psicanalista che ha in cura uno degli abitanti del palazzo, Harlan affitta un appartamento e comincia anche lui a sognare… Conta sull’aiuto dell’amesha Anyel Zant per sconfiggere le forze oscure che assediano l’edificio. Troppo tardi si rende conto che il palazzo è una trappola da cui nessuno può uscire e dove la realtà esterna di Boston, Anyel compreso, non ha più cittadinanza. Chi sta attaccando e invadendo l’edificio arriva, tramite i sogni, da un luogo molto più remoto e alieno…
Che se è una storia "alla Dylan Dog" per me non sarebbe nemmeno un problema. Mi piacciono queste variazione, questi sbaffi di colore, questi parziali tradimenti ai codici percepiti di una serie. Quando Dampyr tirò fuori un'anima da commedia sofisticata ("Il teatro dei passi perduti") o da commediaccia ("Il segreto del bosco magico"), quando ha incocciato nella fantascienza ("Il re del mondo") o nel fantasy ("Alla ricerca di Kurjak") per me è sempre stata una pacchia. Qua non è il problema del ruolo di Harlan, più vicino a quello dell'indagatore dell'incubo che al suo solito. Il problema è che quest'albo è veramente un'occasione sprecata. Un soggetto interessante: unità di tempo e di luogo, un claustrofobico condominio dove hanno preso vita gli incubi degli inquilini. Uno dice: spettacolo! Che poi l'hanno affidata alle matite di Baggi e già pregusti le vertigini che proverai quando la sua perversa regia ti farà spenzolare per la tromba delle scale, trasformandola in un infernale gorgo. La rogna è nel momento in cui t'arriva fra il capo e il collo che questa storia è scritta da Luigi Mignacco. Uno che ha fatto anche buone cose, per carità, come la bonifica dell'Agro Pontino e l'albo venezino ("La spada senza tempo"), ma che però è anche responsabile della storia dei funghetti allucinogeni e del serial killer di gente che non pagava il biglietto in metropolitana ("I sotterranei di Parigi"). Non è roba da tutti! Così, al solito, il soggetto potenzialmente alluzzante di questa storia si sviluppa in una sceneggiatura veramente triste. Non c'è tavola in cui non ci venga spiegato per filo e per segno cosa sta succedendo. Manca solo che in fondo alle tavole dispari ci venga detto di voltare pagina. Questo ammazza completamente l'atmosfera e l'immersione nella storia e sì che qua era fondamentale! Non è una sceneggiatura sbagliata, sia chiaro, ma sarebbe stato meglio lo fosse, se in cambio c'avesse potuto regalare qualcosa di vivo e anche lontanamente memorabile. Invece ogni dialogo è strumentale, ha il solo fine di farci prendere atto di qualcosa e il mezzo per farlo non è mai interessante. E in ogni caso questo spiegazionismo esasperato lo trovo deleterio ovunque, financo nella targhetta degli ascensori (conoscere la massima portata ammazza il thrilling della salita). Le storie che amo sono quelle in cui è dato al lettore il compito di capire e immaginare cosa succede nello spazio bianco fra le vignette. Le storie dove le spiegazioni sono settate al minimo indispensabile sono quelle che ti restano in mente e che rimugini anche a distanza di tempo. Questa è una storia che ti lascia sazio, satollo, rimpinzato, ma nel senso peggiore del termine. E non c'è sensazione più sterile e vuota della sazietà. E poi s'è mai vista una storia che inizia quattro volte? Che poi Mignacco c'ha rifatto, perché usò lo stesso espediente nella letale "I sotterranei di Parigi". E' evidente il trucco di allungare una storia di scarso respiro per portarla alle consuete novantaquattro tavole. Dice: "Pregiudicante! Anche Sclavi scrisse una storia che iniziava un sacco di volte!" Vabbè, ma lì era per ragioni metanarrative.
E povero Baggi, dico io. E' talmente un perfezionista che può permettersi un albo ogni due anni. Qua è titanico, al solito, generoso e ispirato, ma le sue vertigini sono ingabbiate e strozzate fra mille ridondanti e logorroiche chiacchiere. E vogliamo parlare dei suoi coleotteri? Non meritavano di morire schiacciati dal peso di quei balloon. Eccheccazzo, dico io, per una volta che anche la copertina di Riboldi (escheriana, per l'occasione) non era malvagia...
TAVOLE: 1 2 3 4
Vita da camper (quarta parte)

Dopo un paio di mesi che vivevo nel camper mi ero abituato a sopportare anche le condizioni più difficili. Oltre al freddo, un altro problema che dovevo affrontare erano le vipere che copiosamente salivano dal motore e dalle ruote fin dentro l'abitacolo, probabilmente attratte dalla temperatura migliore o dall'odore della Simmenthal. Anche i pochi cd che avevo comprato originali, investendo i miei miseri risparmi, avevano sofferto di questa mia trasferta. I librettini, che prima erano tutti belli spianati, accartocciandosi per l'umidità erano diventati una sorta di millefoglie senza crema, mentre la maggior parte di quelli masterizzati li avevo schiacciati io, preso dal nervoso perché la stufa non s'accendeva. Quelli che rimanevano li spaccai perché s'accendeva troppo velocemente. Un'altra rogna era che il fatto che non potevo spostarmi da lì perché, anche se il camper andava in moto, c'era una foglia che mi stava squarciando giorno dopo giorno le quattro ruote. Come se non bastasse, mi ero ridotto a mangiare una bustina di crackers a pranzo e una bustina di crackers col burro a cena. Stremato fisicamente, col morale a pezzi e poco lucido per la carenza di titanio (sbranavo pochissime noci moscate), ero sul punto di meditare qualche gesto estremo. Da tutto questo mi salvò mia mamma, facendomi una visita tanto inaspettata quanto tempestiva. E omaggiandomi di una sugata internazionale addirittura c'erano i fegatini i salcicci drenti. Per non farmi sentire un fallito, mi disse che quel giorno passava di lì per caso, di ritorno da un cinema porno. Quel sugo gliel'avevano dato come resto per l'ingresso. Me lo dette e se ne andò di tutta fretta. Così quella sera, che avrebbe dovuto essere l'ultima sera di disperazione della mia vita, si trasformò in una serata di festa! Anche se cenavo da solo, per l'occasione apparecchiai il tavolino con i fogli della Gazzetta. Appoggiai a spregio il bicchiere sopra la faccia di Giorgio Tosatti e tirai fuori il piatto di plastica blu. Attaccai lo stereo al generatore di corrente e misi una cassetta di basi per karaoke, sopra le quali cantai: "Mi vendo" di Renato Zero, "Il flauto magico" di Mozart, "Poccione, un gatto col polmone" di Fabrizio De André. Avvertivo le endorfine che si liberavano, mi stavo godendo la vapa tipica di quando il raviolo si sgonfia, quando sento bussare alla porta. Non so come, ma preso dall'entusiasmo m'ero come convinto che fosse Giancarlo Magalli che era venuto a regalarmi uno smacchiatore. Una volta aperta la porta, quello che mi si para dinnanzi è lo scenario degno di un film poliziesco anni '70, tipo "I poliziotti rapiscono ancora". Mi trovo sulla porta due poliziotti con mani sulla fondina. Il poliziotto 1 mi squadra con sguardo investigativo e severo, il poliziotto 2 è appena dietro, pronto a proteggerlo rivoltella in mano. Poco più in là, s'erano appostate silenziosamente due gazzelle a fari spenti ma con i lampeggianti accesi che nel buio illuminavano la zona esattamente come succede nei finali dei polizieschi anni '70, tipo "I carabinieri non riescono a partire". Altri due poliziotti erano nascosti dietro gli sportelli in posizione di tiro. Il poliziotto 1 mi chiede cosa stavo facendo e io gli rispondo: "I ravioli". Quindi mi chiede le generalità, per poi incalzare con le domande tipiche delle forze dell'ordine, tipo da quanto tempo ero lì, se facevo uso di droghe o se commerciavo quadri falsi. Mi fece anche delle domande a trabocchetto, tipo se volevo la droga o se volevo mangiare i panamensi. Furbamente risposi di no ad entrambe. Rassicurato il poliziotto 1, il poliziotto 2 suggerì di controllare l'abitacolo onde evitare spiacevoli sorprese. Quindi mi feci da una parte per farli salire su. Poiché lo spazio calpestabile era paragonabile a undici gavettoni di bario, non c'era verso di rigirarcisi. Io, per fargli posto, scappai in garage. Mentre controllavano gli anfratti di casa mia pregavo che non si imbattessero nella collana di perle anali che mi aveva regalato la Gaia (Gaia, amore mio, se mi leggi chiamami, rimettiamoci insieme, scusa Daiana) e nelle mutande completamente sporche di terra. Intanto, per dovere d'ospitalità, misi sul tavolo tutto quello che avevo che si avvicinasse ad un aperitivo: acqua ragia, sciampo, un succhino alla pera. Capendo che l'ospitalità era penosa, tirai fuori degli spazzolini nuovi nel caso qualcuno avesse voluto darsi una bella lavata ai denti rinfrescante. Finita la perquisizione, durante la quale non trovarono niente per cui uccidermi, i poliziotti 1 e 2 si sedettero con me a fare due chiacchiere. Vista la malparata, anche i poliziotti 3 e 4 piombarono nell'abitacolo a godersi un po' del riscaldamento a raviolo. Ebbi così modo di scoprire il lato positivo di questi uomini, che tanto critichiamo quando ci fanno le multe per divieto di sosta o uccidono le nostre figlie, scordandoci che sono gli stessi che rischiano la vita tutti i giorni per arrestare i bagnini. Si parlò del più e del meno e fui piacevolmente sorpreso nel sentirli curiosi e interessati al mio stile di vita. Addirittura il poliziotto 2 tirò fuori di tasca una sciarpa e in quattro e quattr'otto l'arrotolò. L'atmosfera familiare mi permise di sfogarmi di quanto accumulato in quei mesi di solitudine e precarietà. Il poliziotto 3 non si tirò indietro quando, raccontandogli di quanto stavo male in questa situazione, scoppiai in lacrime e cercai il suo abbraccio. Mi strinse forte fra le sue braccia per interi minuti e fece l'unica cosa di cui in quel momento avevo bisogno: mi lisciò la chiorba. Io frignavo come un ragazzo, mentre gli altri mi sbottonavano i pantaloni per farmi sentire più libero. Avrei voluto rinchiudermi a chiave dentro il tepore militare di quell'abbraccio e che non finisse mai. Fu il poliziotto 4 a risvegliarmi dal torpore, chiedendomi l'uso del gabinetto. Io mi vergognavo ad offrirgli una sistemazione alla quale mi ero abituato ma che non aveva niente di umanamente dignitoso. Mi rincuorai solo quando, un minuto dopo che era entrato, lo udii cureggiare beatamente facendo anche mugolii di soddisfazione tipo "Aahhh". Fatta la merda, giunse il momento per loro di andarsene, perché era finito il turno. Si erano presentati in modo minaccioso, ma al momento di salutarsi dispiacque a tutti ed ebbi come la sensazione di essermi fatto dei nuovi amici. Erano ben diversi dai poliziotti marci che si vedono nei polizieschi come "Il commissario Pastasciutta". Mi dissero che se mai avessi avuto bisogno di una mano per qualsiasi cosa avrei potuto chiamarli, anche di notte. Addirittura mi dettero il numero del loro cellulare privato. Prima di risalire in macchina il poliziotto 1 mi fa il gesto della cornetta con la mano e mi ricorda: "Per qualsiasi cosa chiama, mi raccomando!"
Chiudo la porta del camper e scolati i ravioli inizio a mangiare. Venti minuti dopo mi spavento tantissimo, sentendo una persona urlare a squarciagola da dentro il frigorifero. Subito afferro il cellulare e chiamo i miei amici in divisa. Il telefono squilla, ma magari hanno la sirena attivata e non lo sentono. Rimango in attesa e continuo a farlo squillare. Al dodicesimo squillo staccano.
Caramelleamare & Acidshampoo
[RECE] Claudio Baglioni - QPGA

E' dal 1990, più precisamente dall'album "Oltre", che Baglioni ha perso il buon senso della misura. Testi più criptici degli snodi di un Libro Game, Gianolio che arrangia con la stessa sobrietà del maestro Pippo Caruso ai sanremo baudiani, dischi da 80 minuti riempiti di musica fino all'ultimo secondo, lifting selvaggi che ormai pare il moccioso del Kinder Cioccolato. Dopo anni di raccolte inutili, prevedibili cover e live come se piovesse, mentre i fan aspettano un nuovo album dal 2003, ecco che Baglioni è tornato sul luogo del delitto: "Questo Piccolo Grande Amore" ("QPGA" per gli amici). Un progetto che si è sviluppato in quattro fasi. Prima con un tour dei suoi, poi con libro nemmeno male, quindi con un filmaccio tremendo stile Moccia, infine con un doppio album che riscrive, amplia e trasfigura il disco originale. Va detto che Baglioni è famoso per non aver mai amato i duetti o le collaborazioni. L'unico della sua discografia ufficiale è quello con Mia Martini, in "Stelle Di Stelle" (dall'album "Oltre"). Col progetto "QPGA", quanto a collaborazioni, Baglioni sperpera tutto quanto ha risparmiato in quasi trent'anni di musica. In questo doppio album si annida l'inquietante bellezza di settanta - dico settanta - artisti italiani. E sì, ora posso dirvelo: c'è pure Michele Zarrillo. L'originale era un album piccolo per definizione, minimale e concettuale, raccontava la storia d'amore di due ragazzi, dal suo nascere allo spegnersi, un amore che non dura tutta la vita ma che te la cambia per sempre (questa frase Baglioni l'avrà detta circa sedici milioni di volte solo nell'ultimo anno). Come può uscirne qualcosa di decente se tutto il gotha della musica italiana è ansioso di essere in quel piccolo grande disco e pronto a cannibalizzarlo? L'ascolto delle anteprime, diffuse solo il giorno prima dell'uscita dell'album, è stato a dir poco scioccante. Non ci credevo, pensavo fosse uno scherzo telefonico. Bocelli che apre il disco intonando il ritornello della canzone più famosa di Claudione nostro è qualcosa che va punita con la pece e le piume. Devo ammettere che ho passato una notte insonne, a girarmi fra le coperte senza trovare pace, sconvolto dall'orrore di un doppio disco inutile e dannoso, barocco, ridondante, stucchevole e trash.
Per fortuna, una volta ascoltato il lavoro completo ho tirato un respiro di sollievo. Innanzitutto: questo è un disco di Baglioni, esattamente come lo era l'originale. Gli ospiti non hanno in alcun modo il peso del titolare (nemmeno Mina!), che resta unico protagonista, maestro delle cerimonie, narratore e narrato, istrione e fregnone come piace a noi. Gli altri? C'è chi canta un inciso, chi gli fa il controcanto, chi addirittura è relegato ai cori, chi suona uno strumento, chi recita, chi dirige l'orchestra. Quelle anteprime erano un denso bignami delle ospitate e m'ero spaventato che "QPGA" fosse una sorta di album-tributo ad un artista ancora in vita, con Baglioni padrone di casa ma chiuso in cucina se viene qualcuno ed erano venuti in troppi. Fortunatamente non è andata così. E devo dire che quando attacca a cantare Elio (misurato e non me l'aspettavo) o Arbore o quando inciampiamo nei Pooh nel ruolo degli amici rompicoglioni, sono incontri che fanno piacere, non stonano per niente. Anche la Cortellesi non strafà come al suo solito, brava pure Noemi. Certo. Ma affidare il finale di "Due Universi" a Gigi D'Alessio e la Tatangelo fa paura, così come il momento-Renga e non parliamo dei vibrati di Venditti, la maniera della maniera. E che dire della Berté che si è ridotta a fare la caricatura alla Giusy Ferreri quando imita la Berté? Per fortuna sono danni che occupano lo spazio di qualche manciata di secondi (a testa). E a me mi sarebbe piaciuto un posto anche per Silvestri, i Baustelle, Caputo, Concato e Gazzé.
500!

Cinquecento post.
E pareva ieri che eravamo a quattrocento. Senza contare che la quota dei trecento mi pare d'averla toccata l'altro ieri. E i duecento tre giorni fa. E i cento invece solo da pochissimi secondi, perché questo blog s'è preso la prerogativa di stupirvi inutilmente, in modo da intrattenervi nell'attesa di quello che aspettiamo da tempo: che vengano approvate delle leggi severe per chi, a nascondino, resta alle spalle di quello che fa la conta e appena questa finisce gli fa tana. Atteggiamento molto furbo che m'è sempre stato sulle palle, alla pari con un altro atteggiamentino che te lo raccomando: i nazisti che facevano esperimenti sui bambini con le radiazioni K. Stupirvi inutilmente, dicevamo. Un po' come quando si sta per scivolare nel sonno e si ripiglia coscienza all'improvviso perché una mano o una gamba sono scattate di colpo. Di solito non è sclerosi multipla e nemmeno parkinson. Più probabilmente è una banale risposta elettrica errata del nostro cervello. Ci sta! Il cervello scambia il nostro assopirci con l'atto del morire e tenta una manovra di risveglio per non lasciarci scivolare nel grande sonno senza sogni. Niente, questo per dire che anche dopo una scorpacciata di caramelle all'orzo, una serata romantica a lume di candela con la nostra troia o una notte trascorsa a giocare coi nostri cognati a giochi da tavolo come "Capitan Disastro" e "I Figli Di Capitan Disastro Sono Pazzi Pazzi Pazzi!", comunque non siamo in salvo dall'oscura mietitrice, dalle nostre cellule che si corrompono ma poi per fortuna vengono corrette però tranquilli: il nostro corpo le corregge sempre peggio! Ogni anno, il 99% delle nostre cellule morte vengono rigenerate. Non male, se si pensa che Matteo Becucci ha vinto a X-Factor con appena il 52% delle preferenze. Ma con la cognizione di quel 99% annuo, viene spontaneo realizzare che i casi sono due: o rimpiccioliamo anno dopo anno, oppure se quell'1% lo perdiamo nelle parti giuste tenderemo a crepare. Senza contare che alla fiera del mestolo dello scorso settembre, ad una bancarella di libri ne sfogliavo uno sul cervello e, praticamente, diceva che dopo gli ottant'anni il corpo nemmeno ci prova più a rigenerare le cellule che muoiono. Anche se potrebbero agire, gli enzimi riparatori restano a riposo. Del resto sarebbe un lavoro inutile, visto che tantissime morirebbero nel frattempo e non ci sarebbe più verso di stargli dietro. "Almeno prova!", dico io. Nelle bancarelle vicine c'era un sacco di gente che acquistavano felici kit di scovolini per pulire le bottiglie di angostura e litigavano paciosi su a chi dovesse toccare l'ultima confezione di brigidini di Lamporecchio. Invece al banco dei libri apprendevo una notizia da niente: che il corpo umano, anche il mio, alla sua ora dimostrerà lo stesso cinico pragmatismo del peggior Caramelleamare. Caramelle, fosse lui il cervello, non manderebbe nemmeno quella risposta elettrica per impedire al corpo di morire: "Visto che nella vita si muore una volta sola ma ci si addormenta migliaia di volte, è migliaia di volte più probabile che uno s'addormenti rispetto a che lo stesso muoia. Se invio l'impulso è facile che risulti un lavoro inutile e fuori luogo: il tipo si stava solo addormentando. Se invece è preciso quell'unica volta che muore, non è che una scossa possa farci molto. E in ogni caso alle quattro gioca Federer". E avrebbe ragione sì, ma con un'unica eccezione! Se uno sta per morire causa squali, anche se nella lotta ha ormai perso parecchie gambe, quella scossa potrebbe dargli una spinta in una direzione che lo squalo non s'aspetta. Per esempio: a est. Non so, mi pare di aver scritto una cosa intelligente nella frase prima, saranno gli storici a smentirmi.
Grazie a tutti, amici, per averci dato retta fino ad oggi!
Non è un plurale maiestatis, perché dietro allo pseudonimo di "Acidshampoo" siamo sempre stati in due. Anzi, è l'ora di fare i nomi. Siamo la cantante Shakira e il poeta Pierpaolo Pasolini. Ci alterniamo: un post uno, un post l'altro. Quest'ultimo è toccato a me: Pasolini. Mi pensavate morto eh? Macchè! E ora scusate ma vado a pigliarlo in culo perché sono uno scrittore finocchio.




