Lo Sgargabonzi !

E' un mondo perfetto prima della caduta.

Vita da camper (parte seconda)

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Finalmente arrivò il giorno della partenza. Il giorno precedente l'avevo dedicato ad organizzare ogni minimo dettaglio, preparando due borsoni: uno con i vestiti invernali, l'altro con quelli estivi. Poi avevo stipato tutti i miei cd dentro alcune casse della frutta. Altre cose invece, alle quali tenevo particolarmente ma che non potevo portarmi dietro, le lasciai in giacenza dal mio grande amico Gori: un poster di Ilaria Galassi, un fagiano imbalsamato e una maglietta con i dieci motivi per cui una birra è meglio di una donna. Volevo organizzare tutto in modo da potermene andare già in mattinata. Se da un lato mi sarebbe piaciuto restare a pranzo per godermi l'ultima fettina alla pizzaiola di mia mamma, dall'altro avrei voluto evitare situazioni melodrammatiche tipiche di certi eventi. Purtroppo quel pomeriggio ci sarebbe stata la finale di un torneo di tennis che non volevo perdermi, perché avrebbe giocato Federer. Decisi quindi di rimanere anche a pranzo.
Sorprendentemente pareva essere un pranzo dei tanti, con i miei e le loro abitudini quando si tratta di mangiare. Mio babbo che prima del pranzo butta giù un salutare bicchiere d'acqua, e mia mamma con i suoi giornalini porno tenuti in equilibrio fra il bicchiere e la bottiglia, in modo da poterli leggere mentre mangia. Intanto si parlava delle solite cose: quale decespugliatore comprare, se il geometra ha telefonato per quel discorso e chi avrebbe vinto sanremo. Addirittura ci fu una bella risata quando, portando in tavola lo sformato di zucchine, a mia mamma inciampando in una buccia le sfuggì di mano la pirofila di vetro, che si schiantò in mille pezzi sul piantito. Insomma, tutto sembrava come sempre. Tuttavia, poiché io non mi faccio prendere in giro da nessuno, stavo con le antenne ben orientate perché avevo l'impressione che questa normalità fosse troppo ostentata per essere vera. Infatti, appena appoggiai la forchetta dopo aver finito la carbonara, partì una frignata da parte di mio padre di quelle che non finiscono più. Lì per lì pensai che fosse a causa del rumore fatto da me nell'appoggiare la forchetta sul tavolo. Poi compresi i valori mastodontici che facevano da sottotesto a quel frignare.
Non riuscivo a capire le parole, ma in quel farfugliamento isterico mi è rimasta in mente una frase di straordinaria intensità: "Gnugnugnugnu... anche per un babbo... gnugnugnu... i soldi". Mai sarei voluto rimanere a tavola ad ascoltare queste uscite patetiche, mentre Federer aveva già iniziato il riscaldamento. Solo che io, furbino, prima di pranzo avevo pensato bene di nascondermi in tasca un registratore acceso. Così avrei inciso su nastro magnetico le emozioni decadenti di quell'ultimo pranzo. Oltre che per una soddisfazione personale, quella registrazione mi tornava bene per poterla rivendere come snuff-record. D'altronde si sa che c'è tutto un mercato clandestino per sceicchi che si eccitano soltanto quando ascoltano i pianti di un padre disperato perché suo figlio c'ha il camper. Purtroppo non avevo considerato quanto riesce ad essere patetica la gente. Infatti, dopo mezz'ora, ancora il piagnisteo continuava e il lato della cassetta era finito. A quel punto interruppi il pianto dei miei dicendogli: "vado a cacare". Quindi raggiunsi il bagno e ne approfittai per girare lato. Davanti allo specchio mi chiesi se quello che stavo facendo fosse giusto, se i miei si meritassero davvero tutto questo. La risposta fu che no, non se lo meritavano affatto. Proprio per questo mi sarei sentito in colpa con me stesso se avessi contrastato l'istinto del tutto naturale di infierire su persone inermi. Devo dire che i miei vennero incontro alla regia della mia registrazione, pur senza saperlo. Infatti la mia interruzione divise perfettamente la fase dei piagnistei da quella dei consigli da bravi genitori. Dovetti constatare con amarezza che, se prima erano tutti intenti nel dimostrarmi la loro preoccupazione per il fatto che andavo via di casa, ora facevano di tutto per rendermi la vita da camperista meno appetibile possibile. I volti tristi e gli occhi lucidi lasciarono ben presto spazio a sguardi severi e un piglio distaccato. Mia madre me lo disse chiaramente: "Le tue chiavi di casa si bruciano". Questa frase mi ferì profondamente: in che modo una madre può arrivare a dire questo al proprio figlio? Quindi la donna iniziò a tempestarmi di domande, talmente incalzanti che non mi sembrava nemmeno le interessasse la risposta ma soltanto dimostrarsi aggressiva nei miei confronti. Grazie alla mia spiccata razionalità nelle situazioni ad alto stress, riuscii a darle repliche sempre sensate. "Tutta la gente che ti chiama che gli si dice?". "Che li richiamo io". E poi: "E se la banca vuole contattarti, che indirizzo gli diamo"?. "Camper 14, centro Italia". "Almeno per Natale verrai a pranzo dalla nonna, sì?". "Sì ma arrivo tardi""Hai messo da parte un po' di soldi per ogni evenienza?". "Diversi gettoni". "Per le sciarpe che intenzioni hai?". "La frutta". Rassicurati della mia lucida organizzazione su ogni settore problematico, i miei si arresero all'idea che il loro figlio sarebbe andato via di casa. Finito il budino mi accomodai in salotto giusto in tempo per l'inizio della partita. Nonostante Federer fosse in una giornata di particolare grazia, non riuscivo a seguire la partita con la solita partecipazione emotiva, perché quest'ultimo pranzo al fin fine m'aveva proprio scosso. A metà del secondo set decisi di andarmene, approfittando della giornata giunta quasi al tramonto. Questo mi ispirava perché, quando da piccolo riuscivo a portare a termine Street Fighter II col personaggio di Ryu, mi emozionavo sempre nel vederlo allontanarsi di spalle stagliandosi sul tramonto nipponico. Speravo che anche i miei avrebbero provato quella stessa emozione vedendomi andare via. In un teso silenzio e con gli occhi lucidi mi accompagnarono al camper. Capimmo con uno sguardo che anche il semplice salutarci ci avrebbe spezzato il cuore. Quindi salii al posto di guida e mi allontantai verso il tramonto sotto i loro sguardi. Quando raggiunsi il cancello detti un'ultima occhiata allo specchietto retrovisore e li vidi per l'ultima volta. In pochi secondi avevano montato un tavolino da ping pong ed erano nel bel mezzo di un match serratissimo.

Caramelleamare & Acidshampoo

Aldo

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ALDO
 
when i ask you
what's your favourite movie
you said me
"i cento cistercensi d'oro!"
when i ask you
a good restaurant in bressanone
you said me
"i cento cistercensi d'oro!"
when i ask you
what's the time
you said me
"i cento cistercensi d'oro!"
when my wife died
and i ask you to stand by me 
you said me
"i'm here for you, my dear friend"
when i tell you
my last moments with paula
massacred by metastasis
while the spring was borning outdoor
when i tell you her last charity worlds
when i tell you her desire of life
until the end of her life
you said me
"i cento cistercensi d'oro!"

Vita da camper (parte prima)

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Poiché sono sempre stato un tipo ribelle e molto drogato, a ventitre anni i miei mi sbatterono fuori di casa. Un giorno come tanti, il solito silenzio dell'ora di pranzo venne interrotto da una manata sul tavolo di marmo da parte di mio padre, che disse: "Questi capperi fanno schifo!" Essendo io poco metodico e molto intuitivo, capii subito che dietro a questo lamentarsi su una cosa da niente era celato ben altro. Anticipando la malparata cercai di comportarmi bene, per non dargli ragioni di attaccarmi. Tuttavia a tavola non si possono fare miracoli, così cercai di fare al meglio le cose più normali. Passavo la saliera a chiunque me la chiedesse, tagliai la fettina da solo e mangiai un bicchiere che avevo sporcato. Tutto questo non impedì che mio padre a fine pasto sbottasse: "A me non mi sta bene che in questa famiglia tu dia l'esempio che non fai niente dalla mattina alla sera". Io già sapevo quello che sarebbe seguito, tutti i discorsi su quante delusioni gli avevo dato e di come si vergognasse di me come figliolo di fronte ai parenti e agli amici di famiglia. Per risparmiarmi tutto questo, tagliai corto: "Va bene, entro una settimana vado via di casa". Feci per alzarmi, quando sentii mia mamma dirmi "Parliamone un attimo, resta qua...", ma io ero già alla quinta telefonata per aprire una casella postale. Visto che non c'erano scadenze obbligate, mio padre mi dette un mese di tempo per trovare una sistemazione. A causa della mia difficoltà a concentrarmi, mi veniva ricordata questa scadenza in un modo ingegnoso ma efficace: ogni mattina, appena sveglio, mio padre mi iniettava una bolla d'aria nelle arteria femorale. Per come sono fatto, mi fu subito chiaro che per me era impossibile trovare un lavoro normale, pagare un affitto e assumermi qualsiasi responsabilità nella vita. Così, inizialmente, decisi di andare a vivere in un furgoncino. L'ideale sarebbe stato andare a vivere in un camper, ma sapendo che costano molto, inizialmente dirottai le mie scelte verso i formidabili furgoni. Oltre ad un abitacolo funzionale avevo bisogno anche di acconce suppellettili. Per questo andai in un negozio di quelli "Tutto a 1000 lire" e comprai, nell'ordine: quattro piatti di plastica, un apribottiglie, un posacenere di seta e tre girasoli di pezza. Essendo questi ultimi del tutto identici l'uno all'altro, mi industriai per trovargli uno nome ciascuno che li distinguesse. Senza farmi troppe elucubrazioni, gli affibbiai i primi tre che mi passarono per la testa: Johnny, Johnny e Michele. A questo punto mancava il più: il furgone. Per prima cosa mi recai da uno sfasciacarrozze amico di mia madre, per chiedere se vendeva qualche furgone distrutto. Lo sfasciacarrozze Luigi Baston Liegi era una specie di grizzly umano, con una salopette di jeans, delle ciabatte della Champ e una fascia per il sudore con scritto "Viva la pizza coi carciofini!". Gli spiegai quello che cercavo e subito mi disse che aveva una notizia buona e una cattiva. Quella buona è che aveva il furgone che faceva al caso mio, la cattiva è che lo aveva compresso dieci minuti prima. Poco dopo lo vedo uscire dal magazzino, al seguito di un carrello con sopra un cubo di latta. E un paio di pinzette, delle tenaglie e un piede di porco per scartocciarlo, e le chiavi per farlo partire appese ad un portachiavi con la foto di Spadolini. Poi, per non dare noia, mi dice di andare sotto un pergolato vicino al fienile, dove avrei avuto tutto il tempo che volevo per resuscitare il furgone. Lavorai ininterrottamente per cinque giorni e sei notti, incontrando innumerevoli problemi di carattere pratico. Per esempio, avendo paura che le lamiere aprendosi avrebbero squarciato le gomme, guarnivo con del nastro isolante ogni spigolo vivo, via via che li estraevo. Non potevo mai stare tranquillo. Svitavo un fanale e il clacson prendeva a suonare, districavo un tergicristallo e vedevo il cubo accendersi e partire. Come se non bastasse, non facevo in tempo a scoprire dieci centimetri di lamiera che la pioggia incessante li faceva arrugginire. Avevo la febbre a quarantuno e mezzo quando finii il lavoro. A causa della sua nuova genesi, più che un camper sembrava un calzone sgualcito: era trenta centimetri più basso di quello che doveva essere, le cerniere degli sportelli erano tutte scalzate e due ruote su quattro non toccavano terra. Ed erano le ruote davanti! In ogni caso riconobbi il modello: un ottimo 238 della Fiat, macchina ritirata dal mercato perché non c'era verso che s'accendesse. Il camper era di colore bianco gabinetti, rivestito di latta, con rifiniture in eternit e un mandolino al posto del faro anteriore destro. Aveva tre finestre di cui due incrinate e una inclinata. Nel tetto c'era un ampio portabagagli che io sognavo di modificare perché fosse utilizzabile come orto, che si sarebbe nutrito di acqua piovana e concimato direttamente da me. L'ingresso era posto sul retro ed era strettissimo, per fare in modo che potesse passarci una sola persona e quindi scoraggiare gruppi di ladri. L'interno ricordava un immenso cassetto delle posate. Carta da parati decorata a pellicani stanchi, soffitto di compensato e un cucchiaio di legno gigante per mescolare i mobili senza rigarli. La buona notizia era che era dotato di un bagno. Feci per aprirlo ma lo trovai chiuso. Pensavo che la levetta di chiusura fosse calata durante la compressione, ma appena abbassai la maniglia sentii una voce dall'interno: "Occupato!".

Caramelleamare & Acidshampoo

883 - Sei un mito

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Tappetini nuovi, Arbre Magique
deodorante appena preso che fa molto chic
appuntamento alle nove e mezza ma io
per non fare tardi forse ho cannato da dio
alle nove sono gia' sotto casa tua.


Max è uno che per le donne si strugge, si annienta, si mette a zerbino. Ma fra una storia da hit-single e l'altra, non disdegna qualche avventura disimpegnata. Fosse anche per, parafrasando Leopardi, "scaricare le pile". La domanda è: fino a quanto riesce a tenerla disimpegnata?
"Sei un mito" si apre con la lista degli accessori che Max ha predisposto per far cadere la preda fra le sue spire. Tappetini, deodorante al sottobosco, gelatina scolpente, mutandone di flanella, spigato siberiano, pantalone bianco di una sua zia ricca. Non sappiamo se la sfitinzia attesa al rendezvous è una groupie da dare per scontato o l'inarrivabile "regina del Celebrità", ma lo intuiamo quando Max ci fa sapere di essere arrivato all'appuntamento in anticipo. Un anticipo però umano, non le classiche otto ore fantozziane. Max ti arriva quella mezz'ora prima.

Tu scendi bella come non mai
sono anni che sognavo 'sta storia lo sai
sento il cuore che mi rimbalza in bocca e tu
con un body a balconcino che ti tiene su
un seno che cosi' non si era mai visto prima.


Max già fatica a pensarla come una botta e via. Lui ambisce a qualcosa di più, già gli scappa a mezza bocca il fatto che sono anni che sognava questa "storia" e che, oltretutto, lei questo lo sa benissimo! Non per dire, ma la tipa passerebbe dalla parte del torto se lo illudesse con una limonata e poi non seguisse, come minimo, una vita insieme con tre figlioli, un sanbernardo e le vacanze a Viserbella. In ogni caso lei scende le scale e sulle prime pensiamo che sia così malmessa da essere tenuta insieme giusto da un body a balconcino. Ci immaginiamo la versione femminile di Ambrogio Fogar ultima maniera. Poi capiamo che Max si è espresso male per l'emozione. D'altronde ha il cuore che gli rimbalza in bocca, salivazione azzerata, mani due spugne, manie di persecuzione, miraggi.

Sei un mito, sei un mito per me
sono anni che ti vedo così irraggiungibile
sei un mito, sei un mito perché
tu per tutti noi sei la più bella ma impossibile.


Max ci conferma che si tratta della regina del Celebrità: inarrivabile, corteggiata da qualsiasi etero, il sogno di molti, l'incubo kinghiano di tutti. Per lui, la signorina Silvani.

Ancora adesso non capisco perché
hai accettato il mio invito ad uscire con me
forse perché tu non sei quel freddo robot
che noi tutti pensavamo tu fossi però
l'importante e' che adesso siamo qui insieme.


Max è già pronto a darle della troia non appena le cose andranno diversamente da come vuole lui, però non si fa mancare la sua brava valutazione retroattiva. Quanto si sbagliavano gli amici nel darle della "fica di legno" e del "freddo robot" (parafrasi per bagascia)! La regina del Celebrità è tutt'altro, una da pasta e fagioli, peroni gelata e rutto libero. In ogni caso Max è per i condoni: alla fine la regina è bene che sia come sia, l'importante è che gliela dia.

Appoggiati al tavolino di un bar
scopro che oltretutto sei anche simpatica
nonostante tu sia la piu' eccitante che
abbia visto in giro sono a mio agio con te
ordiniamo un altro cocktail poi si va via.


Ellisse. Max e la regina sono al tavolino di un bar. Ed è nelle chiacchiere fra un Crodino e una Tassoni che Max scopre che lei non è solo "bella come non mai", "mito" e "bella e impossibile", ma anche più umanamente simpatica. Simpatica come lo è, per esempio, il comico Enrico Beruschi. La regina è un po' come se Enrico Beruschi fosse nato donna, col body a balconcino e un seno fantastico. E visto che Max non lascia niente di non detto, ma dichiara anche quando deglutisce, le fa sapere che nonostante lei sia la più arrapante che lui abbia mai visto in giro per Pavia, lui è a suo agio con lei come a guidare la bianchina. Poi ordinano un altro cocktail da asporto. Un mojito versato in un frigoverre Bormioli Rocco. Lo ordinano così, di striscio, prima di andare via. Lo facevano duemila anni fa gli ebrei col pane azzimo: "Lo mangerete in piedi, di fretta, coi fianchi cinti, i sandali ai piedi e il bastone in mano: questa è la pasqua del signore" (Esodo 12, 11-12).

Quasi esplodo quando mi dici: "Dai,
vieni su da me che tanto non ci sono i miei."
Io mi fermo a prendere una bottiglia perché
voglio festeggiare questa figata con te
anche se non mi sembra neanche vero.


La regina lo invita a salire a casa sua. Lei abita con i genitori, che non ci sono perché il venerdì hanno il club privé fisso. Quel cuore che a Max rimbalzava in bocca è ora sul punto di scoppiare. Evidentemente Max è soffre di una dislocazione cardiaca, visto che la deflagrazione avviene dentro al suo slippino Cotonella. Per non sapere né leggere né scrivere, Max si ferma da un ambulante a prendere qualcosa che lui non chiama "spumante" o "vinello", ma più genericamente "bottiglia". Una bottiglia che si presume vuota, con cui dilettarsi in giochini su di lei e su se stesso, perché essere titillato là lo aiuta a mantenere l'erezione. E non sottovalutate un'adeguata stimolazione del perineo!

E' incredibile abbracciati noi due
un ragazzo e una ragazza senza paranoie
senza dirci "io ti amo" o "ti sposerei"
solo con la voglia di stare bene tra noi
anche se soltanto per una sera appena.


Esattamente come De André ha la delicatezza di non mostrarci l'ultimo convegno d'amore di Marinella, facendoci sapere che solo i fiordalisi ne furono testimoni, alla stessa maniera Pezzali si ferma prima dell'atto grosso. Lo lasciamo così, sul divano, patta sbottonata, abbracciato a lei, un fiore. E lui si gasa e decide per un attimo di annullare l'abisso che c'è fra i due e agire con un ennesimo condono: entrambi sono definibili "ragazzi senza paranoie". Cioè nel senso: anche lui. Della serie: "Ok questa storia... ma senza imparanoiarci, catzo". Arriva a dire che a tutti e due non frega niente dirsi "ti amo" o "ti sposerei", ma conta solo la voglia di bombarsi a vicenda, solo per quella sera, e dal giorno dopo grasse risate disimpegnate, tanto lei da domani sarà assurta a mito del bar, anche quando andrà sul Cervino col geometra Calboni. Sei sicuro, Max?

Sei un mito, sei un mito per me
perché vivi e non racconti in giro favole
sei un mito, sei un mito perché
non prometti e non pretendi si prometta a te


Per Max lei è un mito, c'è poco da fare. Un mito perché "se ne frega", come lui, come Stifler di American Pie, come Sid Vicious dei Sex Pistols e come Berlusconi di Italia. Ma quanto durerà questa sicumera? Quand'è che quel sorriso ecumenico si gelerà in una smorfia e inizieranno crampi e lacrime? Non per spaccare in quattro il capello, ma va detto che la canzone che segue a "Sei un mito" è "Non ci spezziamo", in cui Max ci fa sapere che non ne vuol più sapere di donne e che l'unica cosa che gli frega è di fare il coglione coi suoi amici del bar. Finita quella, puntuale come un ictus, arriva "Come mai": gli amici erano solo un palliativo, Max si rigira insonne fra le coperte, torturandosi per un amore non corrisposto o finito troppo presto, presumibilmente due tracce prima. Tempo netto: tre minuti e venti.

Stati (3)

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Alessandro Gori ha appena mangiato sei tonnellate di stoffa.
Alessandro Gori è dalla parte dell'unico uomo politico che oggi ha più potere di Berlusconi: Mariotto Segni.
Alessandro Gori è triste perché i suoi genitori gli impediscono di sborrare. :-(
Alessandro Gori sta aggiornando il suo status.
Alessandro Gori non c'entra NIENTE col rapimento Fragagnano (EQUATTRO!)
Alessandro Gori ha ruttato e lo rifarebbe!
Alessandro Gori è appena stato derubato da me del suo account su Facebook. Sono il cantante Gatto Panceri, salve a tutti.
Alessandro Gori è triste per la morte di suo padre, ucciso ieri da un pirata della strada (cattivo!)
Alessandro Gori, Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido.
Alessandro Gori ha preso a revolverate un pacchetto di wafer in una camera iperbarica davanti ad un Amintore Fanfani esterrefatto.
Alessandro Gori ha appena fatto l'amore con le persone!!!
Alessandro Gori ha acciaccato una siringa sulla spiaggia ho paura
Alessandro Gori, in segno di rispetto ai milioni di persone che nella storia dell'umanità sono morte per aver ingerito dei funghi velenosi, ha deciso di non eiaculare mai più.
Alessandro Gori beve la droga.
Alessandro Gori dichiara in aula: "I carciofini!"
Alessandro Gori sta di merda: ha appena fatto l'amore con le spoglie di Indro Montanelli e non ha provato nulla. :-(
Alessandro Gori, alias "Johnny Stiletto", alias "Wild Windigo", alias "Il puma scarlatto", alias "Birrino".
Alessandro Gori è appena stato violentato da quattordici nonni tenerissimi! Che tepore!
Alessandro Gori sborra nella diocesi ed è subito scandalo.
Alessandro Gori è tornato a spaccare culi. Attenzione, fascisti!

Ipotenusa (27)

fantastorie

LA NATURA DELLO SCORPIONE

Rana.
Animale che sei di una specie che fa schifo solo a nominarla. Dove il puma è un felino e la zebra un equino, tu non sei né un ovino né un caprino: sei un batrace. C'è da dire che la rana Gasperini era sempre stata un batrace gaio, spensierato, fondamentalmente ottimista. Molte rane non lo sono a causa delle rane fritte, ma lei lo era. Solo una paura le attanagliava lo sterno, una fobia così particolare da non avere nemmeno un nome scientifico. In pratica, la rana Gasperini temeva che qualche animale della tundra pronunciasse in sua presenza la frase: "E' la mia natura". Nemmeno lei capiva il senso di questo terrore, ma al solo pensiero le scoppiavano dozzine di capillari. Questa strana fobia l'aveva resa completamente chiusa in sé stessa durante l'infanzia, tanto da non farle godere nemmeno le cose buone di quell'età, come le pizzate coi catechisti e i vaccini. Addirittura venne chiamata al programma televisivo "La ruota della fortuna" ma declinò l'offerta, per paura che la frase da indovinare fosse proprio quella. Crescendo, la rana Gasperini era riuscita a rilassarsi un attimo. D'altronde aveva realizzato che, anno dopo anno, non si era mai trovata in una situazione che la mettesse a rischio di ascoltare quella frase, nemmeno alla lontana. Solo una volta una mangusta le disse, riferendosi a una mangusta vicina: "E' mia cognata". Che comunque è ben diverso da "E' la mia natura".
Un mattina di giugno la rana Gasperini sguazzava nell'acqua fresca di un torrente, quando vide sulla riva uno scorpione che si sbracciava per attrarre la sua attenzione. La rana si guardò attorno circospetta, ma in uno sbalzo di ottimismo gli si avvicinò, attenta come al solito a dire le cose giuste, onde non portare l'interlocutore a pronunciare anche involontariamente quella frase. Pure a costo di rimanere maleducata, era pronta a tapparsi le orecchie al primo "E' la...", anche se lo scorpione si fosse riferito alla cognata. Lo scorpione le disse, scandendo lentamente: "Per favore, mi faccia salire sulla sua schiena e mi porti sull'altra sponda. Devo assolutamente raggiungere una festa di ricchi!" Grazie a quelle parole, la rana Gasperini si sentì rassicurata e sorrise. Nel lungo discorso dello scorpione, non c'era stato un solo accenno a quella frase. Ancora meglio di uno scorpione muto, che magari non la diceva ma la pensava! La rana valutò la sua richiesta e, visto che se ne sentono tante, lo mise alla prova: "Fossi matta! Così appena siamo in acqua lei mi punge e mi uccide!". Lo scorpione la rassicurò con un sillogismo di quelli che ti spezzano le ginocchia: "E per quale motivo dovrei farlo? Se la pungessi lei morirebbe ed io, non sapendo nuotare, annegherei!". Intanto, accanto a loro, un piccolo cavalluccio marino armato di blocknotes appuntava tutto il dialogo. "Ne voglio fare una parabola che diverrà famosa!" esclamò il cavalluccio nell'indifferenza generale. La rana fece finta di pensarci un attimo, ma aveva già deciso dall'inizio che avrebbe dato un passaggio allo scorpione, visto che gli era rimasto proprio simpatico, specie per questa cosa delle chele. Così Gasperini caricò lo scorpione sul dorso ed entrò in acqua. Durante il viaggio parlarono del più e del meno. La rana aveva un cugino che cercava lavoro, così lo scorpione le dette il numero di un suo amico scienziato che aveva bisogno di un aiuto-lattaio. Ragionarono anche di cose serie, per esempio di come si calcola la primiera a scopa, ma anche di cose allegre: le stelle filanti sono davvero così pericolose se non le tiri bene? Intanto il cavalluccio marino Antongiulio Collovati di Bellariva nuotava al loro fianco e prendeva appunti. Erano a metà del corso d'acqua, quando la rana Gasperini avvertì un intenso dolore sullo schiena. Capì allora di essere stata punta dallo scorpione. Ci rimase male, ma in maniera diversa da come ci sarebbero rimaste male altre rane: Gasperini era una rana-zen e accettava di buon grado anche la morte. Però, a unico titolo informativo, chiese allo scorpione: "Perchè l'ha fatto, architetto? Ora morirà anche lei!". "Ma guardi... me ne dispiaccio... sinceramente non lo so...", tentennò lo scorpione. E la rana Gasperini, sentendo l'oscura mietritrice arrivare, s'affrettò a chiedergli: "Ma per me non è un problema! Le chiedo solo perché l'ha fatto! Forza, me lo dichi!" E lo scorpione: "E' la mia indole".