Ipotenuse (25)

IL CAMMELLO LENTO
Sceicchi.
Esseri umani sovente scambiati per sceriffi, ma con una piccola sostanziale differenza da questi ultimi: il porfido. Sceicchi, pochi sanno che per prendere le decisioni più importanti vi affidate a prove che agli occhi degli occidentali appaiono quantomeno assurde. Uno sceicco arabo era padre di tre figli: il primogenito Ismael, il mezzano Caleb e il noto scrittore Italo Svevo. Lo sceicco era in punto di morte, quando disse loro di mettersi in viaggio con i loro cammelli verso la leggendaria città di Akhba. Era una prova per decidere chi avrebbe ereditato la sua fortuna: quello col cammello più lento sarebbe diventato padrone di tutto. Così i tre figli iniziano il loro viaggio attraverso il deserto. Subito decidono di rimanere vicini, in modo che ognuno possa controllare l'andatura degli altri. I tre tengono un passo normale e trascorrono il tempo a discutere di argomenti di cultura generale, come la bicamerale e Pasternak, quasi a darsi la reciproca idea che dell'eredità poco gliene freghi e che in fin dei conti sia solo un gioco. Fino a che Italo Svevo, zitto zitto, ha la bella pensata di tirarsi fuori dalla discussione e rallentare l'andatura. Ma gli altri due ben presto se ne accorgono e si sincronizzano con la sua velocità e anzi, Caleb riesce a farsi superare. Quando Ismael e Svevo lo scoprono si fermano addirittura, e così fa Caleb. I tre trascorrono un intero inverno fermi, seduti sui loro cammelli, incuranti tanto della sete quanto delle tempeste di sabbia. Cento lunghi giorni a fissarsi, dividendosi i turni di guardia. Fino che Italo Svevo, interrogatosi su come superare in lentezza quella stasi, mentre gli altri dormono prende a far trottare il cammello, ma all'indietro. Gli altri si svegliano e, capito il trucco, spingono i loro cammelli a galoppare indietro. Ismael addirittura galoppa indietro con la faccia schifata. Arrivano al punto che tutti e tre sono affiancati, galoppando a tutta velocità. Quindi Caleb, per andare ancora più lento, pensa bene di far compiere al cammello molti più passi di quelli che occorrerebbero per mantenere quella velocità. Questo per far sì che il proprio cammello risulti legalmente come più lento degli altri, pur a pari velocità. Ma d'un tratto il cuore dell'animale, già tirato al massimo, si spezza, così che Caleb rotola su una duna e svanisce per lui ogni sogno di ricchezza. Rimangono due cammelli in gara, la cui corsa all'indietro raggiunge gli 8.000 kilometri orari negativi. Ismael e Italo Svevo non vedono nemmeno più il paesaggio circostante, ma solo scie di colori, mentre il selvaggio ghibli taglia loro i volti e strappa le vesti. Il confronto è serratissimo, fino a che, a sopresa, il cammello di Ismael inchioda nei pressi di una pressa di fieno. Caleb viene catapultato addosso ad un cactus di plastica. Italo Svevo è il vincitore. Purtroppo il suo cammello ha acquisito ulteriore velocità cinetica e ha raggiunto i 10.000 kilometri orari negativi. Quelle che erano scie di colori diventano ora un bianco assoluto e a quella velocità l'arabo inizia a vedere i suoni. L'accelerazione gravitazionale è così forte che Italo Svevo è sul punto di scarnificarsi. Sapendosi vincitore adesso deve solo fermarsi, ma sa che inchiodare il cammello a quella velocità sarebbe per lui fatale. Così estrae da sotto la sella una fialetta di diarrea di mangusta, che poi inietta nell'arteria femorale del cammello per far sì che questo muoia lentamente in corsa. L'effetto è quello sperato, la velocità dell'animale diminuisce costantemente, il bianco assoluto lascia spazio ai colori. Pochi minuti dopo, mentre la bestia compie i suoi ultimi stanchi passi, l'arabo salta giù e, felice come una pasqua, è pronto a godersi l'eredità. Sfortuna vuole che dopo tutto questo casino si trovi negli anni '20 su Plutone. Tempo pochi attimi e viene divorato da uno xyloide.
Latrachinlaiz

[RECE] Glee - Ep. 1.01

Facciamo un po' di ordine. Un anno fa, i vertici della divisione televisiva della Fox commissionarono al golden boy Ryan Murphy (Nip/Tuck, Popular) la puntata pilota di un nuovo show, Pretty Handsome. Una serie adulta e politicamente scorretta, perfetta per diventare il fiore all'occhiello della provocatoria rete via cavo FX, anche in vista della fine di Nip/Tuck. Pretty Handsome avrebbe narrato la storia di realizzato ginecologo quarantenne, con bella moglie, bella casa e bei figli, che mette in discussione la propria posizione sociale nel momento in cui si riscopre donna in un corpo da uomo e decide di cambiare sesso. Il progetto di Ryan Murphy era una serie che raccontasse in cinque stagioni la sua metamorfosi, mentale e fisica, e il suo impatto sociale. Il cast pescava a piene mani dal mondo del miglior cinema, assegnando a Joseph Fiennes il ruolo del protagonista, a Carrie Ann-Moss quello della moglie, mentre Robert Wagner e Blythe Danner (nella vita madre di Gwyneth Paltrow) sarebbero stati i genitori di lui. Nel settembre scorso fu diffuso in rete il pre-air la suddetta puntata pilota. Pur dal montaggio incompleto e traballante, ebbe un consenso unanime e mise tutti nella fremente attesa dell'inizio della serie. Purtroppo Pretty Handsome non avrebbe mai visto la luce. La Fox aveva parallelamente commissionato anche una puntata di prova per Sons Of Anarchy, una sudaticcia e testosteronica serie sui bikers con un ex-modello Armani per protagonista. Sfortuna vuole che, alla fine, la Fox abbia deciso di promuovere quest'ultima a serie completa, a discapito del progetto di Ryan Murphy. Scelta azzeccata, purtroppo, visto che Sons Of Anarchy si è rivelato pure il vero successo della scorsa stagione. E poco importa che la serie che ne è uscita sia una puttanata trucido-patetica-maledettista che te la raccomando. Pretty Handsome non era quindi piaciuto ai vertici della Fox? Non è detto. Va ricordato che due anni fa Ryan Murphy rinnovò il suo contratto con il network per un quinquennio. Non si sa quanto prese, ma si vocifera che la cifra fosse superiore anche a quanto dato a Mark Cherry per altre tre stagioni di Desperate Housewives. Consci di questo, magari ci si azzecca a pensare che la Fox abbia voluto rientrare nelle spese pretendendo da Murphy un successo per la sua rete più commerciale, e non la pay-tv FX. Da ciò, ecco Glee, la serie più "normale" su cui abbia mai lavorato Murphy. Non una serie su commissione, ma una proposta dello stesso Ryan Murphy, strizzando l'occhio al successo di High School Musical e altri musicarelli, nonché all'indimenticato Saranno Famosi. Al centro della storia c'è un trentenne professore di spagnolo in un liceo dell’Ohio, Will, che subentra nella direzione della compagnia di canto corale, ormai diventata rifugio per gli emarginati della scuola. Il professore si prenderà a cuore di un gruppo di studenti poco "popular", dal nerd paraplegico al gay irrisolto alla tipa di colore, per formare un gruppo che possa dirsi competitivo. Vista la tematica, la serie ha già trovato la sua collocazione perfetta: a ruota dopo American Idol (praticamente la versione americana di Amici). Detta così, suona malissimo. E ci si chiede: può Ryan Murphy dirigere una serie "per tutti", tra l'altro con una così forte componente modaiola, senza snaturarsi? La risposta affermativa non è da dare per scontata, visto cosa è successo ad Alan Ball quando è passato dai fasti di Six Feet Under alla medietas di True Blood. Nel caso di Glee la risposta è evidente già da subito ed è, almeno in questo, rassicurante. Non manca nessuno dei tratti caratteristici dell'autore di Popular, come la marcata stilizzazione dei personaggi, il distillato di ironia feroce e le derive surreali della storia. Il marchio di fabbrica di Murphy è evidente anche nei dettagli tecnici, come la sua particolare cura nella composizione dell'immagine, i rossi e i blu che spiccano, gli ambienti spartani per porre i personaggi al centro di tutto, la precedenza del montaggio sulla regia. Ritroviamo inoltre la sovrarecitazione di ogni personaggio, per esasperarne il carattere e saltare i convenevoli nella sua presentazione al pubblico. Purtroppo va detto che il risultato è inferiore alla somma delle parti e si fatica a trovare, al di là di questi stilemi, qualcosa che davvero faccia il botto. Dove Popular era un telefilm collegiale da dipendenza immediata, qua pare latitare l'"incanto" che ci si aspetterebbe da una nuova serie di Murphy, anche se c'è da dire che i personaggi sono molti ed è arduo farsene un'idea in questi quaranta minuti fin troppo compressi. Per adesso, nessuno di loro spicca o va oltre il puro (anche gradevole) stereotipo. Caratteristica della serie sarà anche l'inserimento di diversi numeri musicali in ogni puntata. Va dato atto che se altrove sarebbero stati interessanti solo per il pubblico dei talent show, Ryan Murphy riesce a renderli accattivanti, divertenti e perfettamente inseriti nella narrazione. Il momento migliore della puntata è proprio nello spettacolo allestito dalla scuola rivale, che mette in scena una "Rehab" dalla coreografia a dir poco esplosiva. Buona e azzeccata anche la colonna sonora, anche nei contesti non prettamente musicaleggianti. Tuttavia, se la puntata pilota di Pretty Handsome ci lasciava con un grande punto escalamativo, qua si resta nel dubbio. Si stenta a trovare un indizio che ci faccia capire quello che ci offrirà la serie. Nel caso migliore sarà al livello di Popular, nel caso peggiore avremo una buona serie di garantita eccentricità, anche se resteremo delusi visto chi è al timone. Resta l'impressione che Ryan Murphy non abbia osato (o più probabilmente non abbia potuto osare) quanto avremmo voluto. Restiamo in attesa di buone notizie. Con un "peccato!" che, per adesso, ci risuona in testa.
883 - Nessun rimpianto

Tutti mi dicevano «vedrai
è successo a tutti però poi
ti alzi un giorno e non ci pensi più
la scorderai
ti scorderai di lei»
Gli amici per Max sono tutto. Sono la coperta di Linus, il posto sicuro a cui fare ritorno, gli unici davanti a cui è possibile mostrarsi al proprio peggio. Max ha scelto gli amici ogni giorno della sua vita, anche quando la donna che amava gli diceva "o me o loro". In "Rotta X casa di Dio" Max racconta di una macchinata di amici diretti ad una festa piena di fighe e cocaina, che poi si perdono nella notte ma sono contenti lo stesso perché il senso del viaggio non sta nella destinazione ma nella condivisione dello stesso, nel Camogli all'autogrill. E quegli stessi amici sfoderano, oggi, le migliori frasi retoriche per consolare il nostro eroe per la fine della sua storia. Chissà se sanno che, in fondo, era una storia tutta sua. Fra dieci anni, quei dieci giorni di vaga intesa avranno per Max il peso di un'unione centenaria, mentre per lei si perderanno fra le migliaia di giorni inutili dell'esistenza. E' la dura legge del gol.
Solo che non va proprio così
ore spese a guardare gli ultimi
attimi in cui tu eri qui con me
dove ho sbagliato e perché?
ma poi mi son risposto che
Ma Max non è uno che le cose se le fa raccontare. Non si fa andare bene verità di comodo, lui. Apprezza il gesto degli amici, ma è critico con i contenuti. E non sia mai che perda l'occasione per torturarsi. L'amore non corrisposto o finito è per Max l'unico possibile, esattamente come per Claudio Baglioni. Ma qua non esiste la malinconia agrodolce e pacificata del cantautore romano. Si fa infatti notare, nell'opera pezzaliana, l'assoluta drammaticità con cui viene presentata la realtà quotidiana. Anche il più piccolo amore finito è un vero e proprio incubo kinghiano, una discesa negli inferi, un olocausto nello stomaco. Max si rinchiude nella sua cameretta a interrogarsi, tormentarsi e seviziare la propria autostima. E' il peggior nemico di sé stesso e, fino a qui, il miglior avvocato della presunta insensibilità di lei. Si chiede dove abbia sbagliato questa volta e come riesca a rovinare sempre tutto. Come il miglior adolescente, Max vorrebbe rinnegare sé stesso, tornare indietro e modellarsi solo ed esclusivamente per essere amato da lei. Forse lei voleva un tipo più duro, cinico, risoluto. Forse voleva uno come Repetto.
Non ho
nessun rimpianto
nessun rimorso
soltanto certe volte
capita che
appena prima di dormire
mi sembra di sentire
il tuo ricordo che mi bussa
e mi fa male un po'
Da buon lettore di fumetti di supereroi, Max sa che il dolore e l'annientamento sono solo propedeutici ad una risalita senza ritorno. Così arriva alla conclusione che gli sbagli commessi, se ce ne sono, erano fatti a fine di bene. Sia chiaro che non si parla di tradimenti e assenze, ma di finti errori del tenore di "le ho dato troppo" o "dovevo tirarmela di più". Max inizia a covare il dubbio che lei, forse, non si meritava queste secchiate d'amore di prima mattina. Ma non rimpiange di non essere stato come Repetto, non ha rimorsi per avergli regalato l'iPod nano originale e non un semplice lettore mp3. Max è uno che viene dalla provincia e alla fine del mese vuol far quadrare i conti, sentirsi in pari almeno con sé stesso. A questa elaborazione, da cui lei è più o meno giustamente esclusa, viene dedicato addirittura il ritornello. Scelta da cui si capisce quanto per Max sia importante questo momento d'autoriflessione. Tuttavia la risoluzione non è immediata, perché a volte capita ancora che il fantasma di lei lo venga a trovare, in quei dormiveglia che amplificano le emozioni e rendono tutto possibile. E Max non nasconde che comunque il ricordo del suo sorriso, anche se già siamo a metà canzone, un po' male ancora gli fa.
Come dicon tutti il tempo è
l'unica cura possibile
solo l'orgoglio ci mette un po'
un po' di più
per ritirarsi su
Però mi ha aiutato a chiedermi
se era giusto essere trattato così
da una persona che
diceva di
amarmi e proteggermi
prima di abbandonarmi qui
Era questione di tempo, ma si capiva che Max avrebbe rivalutato in peggio quella donna. Dai il tempo di tormentarsi agli amanti sconfitti e passeranno dall'adorazione più mistica al più viscerale disprezzo. Spingi troppo a lungo la mente in un vicolo cieco e sarà il corpo a reagire. D'altronde, già in episodi come "Gli avvoltoi" e "Sei uno sfigato", abbiamo conosciuto Max come un rancoroso da competizione. Alla seconda strofa, lei è già del tutto funzionale all'elaborazione di lui, che si aggrappa al proverbiale e provinciale "orgoglio", ottimo oggetto transizionale per levarsi via il torpore dell'amore pensato e coltivare un odio migliore per chi hai davanti (odio spesso ben indirizzato, sia detto). Max, ingenuo, si chiede se l'amore sia giusto. Ed eccolo lì nel momento più bello e per certi versi sorprendente della canzone, dove si mostra nella sua più nuda e tenera vulnerabilità: lei non gli aveva promesso solo di amarlo, ma anche di proteggerlo. Questo bambascione grande e grosso ha il cuore di un bambino e, fortunatamente, non se ne vergogna.
Non ho
nessun rimpianto
nessun rimorso
soltanto certe volte
capita che
appena prima di dormire
mi sembra di sentire
il tuo ricordo che mi bussa
ma io non aprirò
Pareva una vita fa, quando Max ci aveva fatto intendere una canzone che sposasse lo struggimento per un amore perduto e l'idolatria di lei. Ma è passato solo il tempo di quella stessa canzone e ci si accorge che lei è stata evocata ma mai definita. O meglio, è stata definita per sottrazione, sulla base degli indizi che ci ha dato Max nel racconto del suo percorso interiore. Indubbiamente lei non ne esce bene. E nel ritornello, di nuovo, come un mantra, la vecchia e dannata priorità di far quadrare i conti con sé stesso per poter andare avanti, in vista della prossima tipa, magari una un po' più alla "Sei un mito", forse proprio la bramata "regina del celebrità". Max ha schierato i migliori Freud, Winnicott e Klein per risolvere il proprio tormento interiore, ma poi se ne è disfatto. Alla fine, la strategia vincente si è rivelata quella di "fare il signore", pagare le spume per tutti e bona lé. "A posto così!" e voltare il culo. Il ritornello è questa volta ripetuto due volte, per sicurezza. Ma c'è una novità nel finale: se prima il ricordo di lei lo torturava nei dormiveglia, ora Max decide di non accoglierlo e di pensare ai problemi del centrocampo del Lanerossi Vicenza.
Uno in piu'

Quando avevo diciotto anni, negli sfoghi di fronte alle responsabilità crescenti della vita, ero solito sbottare: "Cioè, cazzo, ma io c'ho diciott'anni!" Tipo che mia mamma mi imponeva di farmi lo zaino da solo, e io mi sfogavo con amici e catechisti: "Cioè cazzo, ma io c'ho diciott'anni!" Nel senso: ho in dotazione solo diciott'anni, mi devo divertire, devo fare le cose che fanno i ragazzi sani a quest'età: leccare la passera, mangiare i wafer e fottere il sistema.
Fino a che ho compiuto vent'anni e mi sono accorto che, vaffanculo, era tutto come prima: sempre diciotto me ne sentivo. O meglio, io me ne son sempre sentiti molti meno, ma diciotto anni è il massimo con cui avevo il cuore di presentarmi alla vita e alle sue connaturate beghe. Per esempio, fino a qualche anno fa, se mi capitava di provarci con una ragazza, mandavo sempre i miei genitori a farlo, a ragionarci, cercare di convincerla, vedere se questa cosa dell'amore si poteva un attimo sbloccare. Poi sono arrivati i venticinque e un giorno in un'eliotecnica, davanti a dei lucidi venuti male, mi sono sorpreso a sbottare: "Cioè cazzo, ma io c'ho vent'anni!" Dall’oggi al domani ero avanzato di ben due caselle in quel perverso Monopoli che è la vita. Di colpo mi sentivo come se avessi la Società Elettrica ipotecata, tutti gli alberghi pignorati e la pianta grassa in culo. Se fino allora Aika di "Hello Spank" la vedevo come una ragazza adulta che ero troppo piccolo per capire come ragionava, improvvisamente m'appariva per quello che era: una mocciosa rotta in culo e io suo nonno. Non doveva ricapitare. Così ho cercato di fregare il tempo, di anticiparne le mosse. Ho preso l'abitudine di abituarmi a darmi con me stesso un paio d'anni più di quanto ne avevo, in modo da non fare il gioco del tempo ma ridermela sotto i baffi. Insomma far sì che poi non fosse più un trauma compiere quella cifra là, già pianificata da anni. Avevo scollinato la venticinquina e già vedevo i trenta dietro l'angolo, così decisi di sentirmene ventotto. Me lo ripetevo: ventottoventottoventottoventotto. E quella cifra là pareva lontanissima, d’altronde ne avevo ventisei. Chissà chi sarei stato a ventotto. Poi i ventotto sono arrivati ed ero il solito di prima: in mutande al computer. Un fallito che piace. Uno che a vent'anni ne dimostrava quaranta, ma dieci anni dopo ne dimostrava solo quarantacinque. Quando un apicultore mi ha detto che dopo i venticinque comincia la decadenza, è stato il panico (anche per via delle api) e mi sono depresso nottetempo. Ho passato ore a cercarmi le rughe. Ne ho trovata una lunga e profonda. Poi ho capito che era il culo.
Fino a che sono arrivati i trenta e devo dire pensavo peggio, almeno è finita la beffa ipocrita dei ventinove, ché non se ne poteva più. Oggi ne compio trentuno. 3 come il culo, poi l'1 che ce lo sbarba dentro. Con queste premesse, era meglio quando ne avevo tredici. E lo dico sinceramente: mi sembra che si stia veramente esagerando con questi numeri alti. Trentuno, cazzo. Dice: è un anno in più! No, purtroppo è un anno in meno.The sound of the wind

iavarone
your name is iavarone
the sound
when the wind comes in through the windows
and moves the curtains
is
iavarooouuune
the god that you prey
when you stay with a gay along the bay
is Yava Rone
your mama’s surname is cannavacciuolo
but you took your surname from your papa
the magnificent
raffael’ubaldo iavarone vaffanculi
and so
you are a javarone
or rather
iavarone with "i"
(in the hurry, I wrote badly)
Bel ringraziamento

Legatissimo alla sua genìa, anni fa Silvio Berlusconi inviò a tutte le case italiane un libro sulla sua famiglia, pieno di racconti, aneddoti e, ma solo in poche copie, addirittura anellidi. Veramente toccanti, per esempio, i racconti di quando Dell'Utri inciampò in un sorcio o di quando Paolo Berlusconi riuscì a mangiare una motocicletta in nemmeno una settimana (semplicemente incredibile). C'è anche da dire che quel libello veniva benissimo, combinato con l'euroconvertitore dell'anno prima, per ripartire in dosi la miglior cocaina. La spargevi sulla copertina cartonata, poi con l'euroconvertitore potevi creare delle piste che era una bellezza e tirarle con un santino di Don Bosco. Ciò era molto comodo, per esempio, per stordire giovanissime cambogiane sordocieche. Purtroppo tanto drogarsi che stordire sono reati puniti dal codice penale, quindi non si può fare. Per la precisione: se uno si droga va in galera un anno, se stordisce due anni.
Qualche mese fa Veronica Lario, come ringraziamento al fatto che suo marito ha privato l'Italia della visione del suo moncherino, ha pensato bene di chiedere il divorzio adducendo delle scuse patetiche. "Ho cercato di aiutare mio marito come si farebbe con una persona che non sta bene" E fino a qui avrebbe detto una cosa bella, salvo poi perdere candore quando ha aggiunto: "Non posso frequentare un uomo che frequenta le minorenni". E io mi chiedo: cosa c'è di male a coltivare il proprio bambino interiore e incontrarsi con bambine vere per giocare a campana, a "Gira La Moda" o col "Dolceforno Herbert"? Dove sta il problema? Ben diverso sarebbe uno che le minorenni, invece che frequentarle, se le chiavasse. Ma non è il caso di una persona di specchiata moralità come il Premier. Senza contare che uno, per chiavarle, tecnicamente dovrebbe infilare il pene in uno dei loro pertugii, ovvero la vagina, la cavità orale o il retto. E intanto i genitori di quelle ragazzine, nel tinello, fanno finta di niente fra sorrisi impacciati e rassicurazioni reciproche: "Eheheh... stanno giocando! Senti come si divertono!" E intanto la mamma lavora di maglia e sogna che quell'uomo potente (magari Bertinotti) faccia diventare sua figlia una velina, una letterina o come minimo il presidente della Consob, e si chiede se le ha insegnato bene a fare i migliori pompini del vicinato ("Titillare il frenulo! Sempre!"). Poi la mamma si alza e va a preparare la merenda per tutti. E la fetta di pane tagliata meglio, perché venuta a forma di cazzo scappellato, la lascia a quell'importante persona di là. Intanto il padre, malato di cancro al sistema linfatico, mette su un vinile di canti gregoriani e spera che un uomo così potente possa fare paura alla morte, scacciarla via e salvarlo. E i due genitori, col sorriso sulle labbra, ammazzerebero anche il gatto di casa, ovvero il prode Maranzana, se solo fosse lo sfizio di quell'uomo, se solo la visione di quella mattanza potesse rilassarlo dopo l'amaro. E intanto da dietro la porta: "Girati un po' così... no lì no... lì sì... così... brava... oddioddioddioddioddio...". E i due genitori che se la raccontano: "Hanno tirato fuori il Twister!". Inutile dire che il babbo pagherebbe per poter offrire sua moglie in pasto al politico e magari se lo spompinerebbe pure lui, snocciolandogli le palle, in lacrime, guardando con occhi disperati la famiglia come per dirgli "non guardatemi vi prego... papà vi vuole bene..." ma intanto sculettando e facendo la faccia da porca perché il padrone vuole così per potergli regalare le penne e le caramelle d'orzo di Palazzo Chigi e intanto lo sculaccia, amore mio, puledrina mia, scorreggia ti prego...
Insomma emerite cazzate.
Quel piccolo regalo

Oltre a questa funzione, l'euroconvertitore offriva anche tutte quelle delle più classiche calcolatrici, compreso il controverso segno "uguale". Sarebbe stato uno strumento utile tanto alla mamma quanto al bambino, che avrebbe potuto utilizzarlo a scuola durante l'ora di matematica, compatibilmente al volere della maestra. Il modello di euroconvertitore scelto dal premier era simpatico, disimpegnato, dalla curiosa forma rettangolare e di un rilassante colore bluastro, con tanto di sbarazzina bandiera dell'Italia, posizionata saggiamente sulla sinistra per non comprire il display. Invece di essere a benzina come le altre calcolatrici, il premier, da sempre attento al rispetto per l'ambiente, aveva optato per un meccanismo sperimentale a pannelli solari. Nel senso che bastava che il sole picchiasse forte per poter fare anche le moltiplicazioni più avventate. Un'altra qualità di questo strumento è quella di essere estremamente leggero e maneggevole. Si pensi che pesa appena 10 grammi, eppure al suo interno contiene una patata.
Per l'operazione, il premier acquistò gli euroconvertitori al prezzo di costo, attingendo esclusivamente ai propri fondi. Furono inviate 17 milioni di macchinette per un totale di 20 milioni di euro. Non sono bruscolini, se si pensa che oggi giorno il costo di un catetere può arrivare anche ai 30 euro. Vista la spesa considerevole, prima il Ministro degli Interni, poi il Presidente della Repubblica, quindi tutta la Corte Costituzionale, financo addirittura la Consob lo invitarono caldamente a pagare almeno le spese postali con i denari dello Stato. Ma il presidente del consiglio ci tenne assolutamente a fare tutto lui. "Ghe pensi mì!", rassicurò simpaticamente gli italiani. Era un piccolo regalo di Natale per ogni famiglia, un "premio" dopo un inverno difficile (c'era stata la Finanziaria). Berlusconi così lo intendeva, e pensava che non sarebbe stato giusto comprarlo agli italiani coi loro stessi soldi. Va dato atto che, dove la sinistra si è sempre trincerata dietro tante chiacchiere e pochissimi fatti, Berlusconi, senza nemmeno farla pesare, in quell'occasione pensò di fare un gesto concreto: un piccolo regalino, di tasca sua, a tutti quanti gli italiani senza distinzioni, anche ai mafiosi e ai pedofili (che sicuramente non l'avranno nemmeno apprezzato, buttandolo immediatamente via). Ci sono voci che Berlusconi avrebbe voluto dotare l'euroconvertitore anche di una piccola foderina in plastica per non sciuparlo, ma purtroppo non c'è stato il tempo materiale per confezionare questo accessorio. Al regalo era inoltre allegata una lettera del premier rivolta agli italiani, con poche ma commosse parole, intrise di speranza e ottimismo: "PORCA MADONNA".




