Passa Paperino (quarta parte) - Il periodo berlinese

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IL PERIODO BERLINESE
Passa Paperino
con la pipa in bocca
guai a chi la tocca
l'hai toccata proprio tu
all'inferno ci vai tu!
Riassunto delle puntate precedenti: reduce dalla lotta con il papero Popald Duck, in seguito alla quale è stato posseduto da uno spirito del voodoo, il macellaio di Indicatore si chiude in casa e accoglie i suoi amici Beppe e Gigi, che sono andati a trovarlo, ammazzandoli come majali. Un bambino pazzo con la maschera di Paperino alla stazione di Arezzo compra un biglietto sola andata per Berlino.
Il bambino con la maschera di papero prese il treno per Milano, e cambiò, fino a che arrivò a Berlino. Qui fece un giro turistico della città, visitandone i principali monumenti, e subito dopo prese contatto con le principali case discografiche. Si sarebbe affermato nel mondo della musica elettronica con questa immagine: un bambino con la maschera di papero, camicia bianca e cravatta nera, annoiato, dedito alle droghe, dal nome di Paperboy. I produttori discografici trovarono interessante la cosa, e gli diedero carta bianca. Il primo album di Paperboy, intitolato Depressione della nana germanata, fu salutato come una novità assoluta dai giovani di tutta Europa. La gente prese a vestirsi come lui, a portare una maschera di papero, oppure, per chi voleva mantenere un aspetto sobrio e più composto, ad accennare un becco arancione con il trucco, attorno alla bocca. Il secondo album, Paperoe, conteneva un singolo che venne anche inserito in una
pubblicità di una nota marca di telefonini. In copertina c'era lui, con tanto di maschera, che assumeva una posa da attore tragico, facendo con le mani uno strano gesto. Il terzo, L'inquilino del nanaio, ebbe un successo pari a quello degli altri due.
Il mondo sorrideva al bambino di sette anni, era un continuo girare tra rinfreschi, buffet, droga-party, comunioni, cresime, assaggi di insaccati, sagre, presentazioni di libri del Donati. Ma in cuor suo non era contento, non era per quello che aveva sacrificato (si fa per dire) gli anni più belli della sua vita tra chitarre e sintetizzatori. La notte si rigirava tra le lenzuola di raso, disturbando il sonno delle squillo che abitualmente condividevano il suo letto a 5 piazze. Smaniava, rovesciando buste di cocaina per terra, rompendo specchi, facendo cadere piramidi di limoni e scaffali di siringhe. Finché una notte, dopo un sogno rivelatore, capì tutto. Sognò di veder passare sette oci grassi e sette oci magri. I due gruppi combattevano tra loro, e alla fine gli oci magri mangiavano quelli grassi. Sognò che alla festa di Ruscello una donnina preparava un collo ripieno di giraffa, che sarebbe bastato a tutta una tavolata. Sognò di essere inseguito dai suoi fans, che agitavano roncole, forconi, fiaccole, come in un film di Frankenstein che aveva visto la sera prima. Per sfuggire
agli aggressori si rifugiava in una casina di marzapane dove era accolto da Luca Giurato. Il presentatore prima lo faceva entrare, poi cominciava a martellarlo di domande, facendogli venire dei sensi di colpa mostruosi. "Che cosa ne hai fatto della tua vita? Eri tanto giovane, avevi tanti ideali, sognavi di cambiare il mondo, ed eccoti qua tra donnine e cocaina, come un qualsiasi industriale italiano. Ma non ti vergogni? Pensa invece a quello che ho fatto IO in vita mia!!!". E infine il ritorno dei vecchi incubi, gli oci con l'elmetto e il fucile in spalla che marciano al passo dell'oca, la metamorfosi di Indicatore in un gioco da tavolo. Al risveglio era molto angosciato. Mandò a casa in fretta e furia le prostitute, si fece una doccia e si mise a pensare. Arrivò alla conclusione che era in crisi, e non sarebbe potuto durare a lungo così. Aveva perso contatto con il suo desiderio originario, con la sua parte più intima, con la fonte della sua energia. Non doveva più dimenticarlo. Aveva voluto diventare famoso per salvare il mondo, per riscattare tutti i bambini che come lui avevano passato un'infanzia tra mille pericoli, compresi mostri paperiformi scatenati per errore dal Vaticano. E questo doveva fare, ora che deteneva una fetta di potere: imprimere al mondo un cambiamento tale da fare in modo che le ingiustizie sparissero, o almeno fossero diverse, un po'
più fantasiose; e soprattutto che girassero, che toccassero anche a quelli che ancora non ne avevano avute abbastanza.
Cominciò per un periodo a girare per i bar malfamati di Berlino, dove incontrò la persona che faceva per lui: Herr Blucher. Questo losco figuro era stato radiato dall'albo dei biologi per aver tentato con esperimenti illegali di creare il Caprocio, mezza capra e mezzo ocio, e il Lupente, mezzo lupo e mezzo serpente, e aver fondato un movimento per concedere loro un posto tra i segni zodiacali. Passava le sue serate nei pub, dove si faceva pagare da bere agli stranieri ballando in mutande e cantando L'inno alla gioia di Beethoven. Paperboy lo tolse dalla sua situazione disperata, lo ripulì, gli diede credibilità, e per copertura lo assunse come aiuto-tecnico del suono. Gli diede un capannone nella zona industriale, dove lo scienziato si chiuse per dedicarsi a un misterioso lavoro. Gli abitanti delle case intorno sentirono la notte martellate, rumori di seghe elettriche, e poi giganteschi tonfi e risate diaboliche.
- Allora, è pronto? - chiese Paperboy allo scienziato, fuori dal capannone. Indossava occhiali da sole, non portava più la maschera, fumava una sigaretta deoppiata e appariva nervoso.
- Pronto, pronto! È la mia più bella creatura.
- Mmm. Fammi vedere. Vediamo se ho speso bene i miei soldi.
Lo scienziato guidò Paperboy fino alla porta del capannone, la aprì e lo fece entrare. All'inizio il cantante non vide nulla di particolare. Ma poi, quando i suoi occhi si furono abituati all'oscurità, la sua faccia cambiò decisamente espressione. La sigaretta gli cadde di bocca. Si alzò gli occhiali per vedere meglio. Davanti a lui stava un gigantesco cyborg, un ocio biomeccanico alto quindici metri, composto di materiale organico e metallo in varia misura. Un unico occhio rosso, sopra il becco di metallo, fendeva il buio come un laser.
- Questo è un bell'animale da collezione! È una bella bestia! Questo qui non ce l'ha nessuno! - disse entusiasta Herr Blucher.
- Questo è il primo passo per la conquista, la trasformazione e la rinascita del mondo. - ribattè a mezza voce Paperboy.
Francesco Rivolta
Le avventure apocrife di Gunther Brodolini

Dovete sapere che la vita di noi bambini non è così bella come tutti pensate, infatti io per esempio ho un tumore. La frutta ebbene sì, la frutta, me lo ha fatto scoprire. Infatti le prugne, la vasca e il pettine, ma soprattutto le prugne furono complici di questo avvenimento che adesso vi racconto. Ma prima devo dire che, soprattutto il pettine, ma mai quanto le prugne, si preoccupò in passato di lanciarmi dei segnali che mi facevano chiaramente capire che ero malato. Il pettine più delle prugne, era poco adatto a evidenziare un'eventuale crescita di qualcosa di anomalo dentro di te. Le prugne quindi, più di tutti, mi dissero che stavo male. Ecco ora posso spiegare come sono andate veramente le cose. Il pettine che purtroppo in questa storia non mi è servito a niente, non verrà più trattato in questo racconto, che vedrà come assolute protagoniste le prugne. "E la vasca?", mi direte. La vasca, strano ma vero, era il contenitore per le prugne, che erano allo stesso tempo cibo prelibato e acqua zuccherosa dove lavarmi. Vi giuro sul server di Leonardo che le prugne non le dico più. Le prugne che ho sempre mangiato in gran quantità, mi fecero venire il sospetto di avere un tumore. Non fu semplice prenderne atto, ma una sera prima di andare a letto mentre mio padre mi aveva fatto spogliare per il solito check-up totale, si accorge che a livello dell'ombelico avevo un nocciolino proprio come quello delle prugne. Tutti i cinghiali del mondo non avrebbero mai potuto capire quale tragedia si consumò quella sera. "Inizio di frase" è sicuramente un'espressione neutra, ma se ti dicono "hai un tumore", mica tanto! Preoccupatissimo cerco una soluzione su internet per curare il tumore e la trovo sul Prugne & Motori. La cura è semplice: tutti i cinghiali del mondo in una sola prugna. Per precauzione iniziai a mangiare tanta frutta, in prevalenza prugne. Un francese, un inglese e una mucca stranamente facevano la posta sotto casa mia. Insospettito dalla situazione, ma anche arrabbiatissimo, mio padre mandò giù Cagnacci a vedere a sentire cosa volevano. Da allora non l'ho più visto. Dettaglio inquietante. La frutta che mangio tutti i giorni per curarmi il tumore non stava facendo effetto e i primi cinque righi questo post, fatta eccezione per il quarto, sono qui a dimostrarlo. La mucca in fin dei conti non è un animale antipatico ma anche lei non mi aiuta granchè con questa storia del tumore, tant'è vero che non la seguo più. La chemioterapia continuavo a farla giusto per dare soddisfazione ai miei, così che mi dissero che questa storia sarebbe finita con un proverbio e un discorso sulle chat. La mucca e la frutta il giorno dopo inspiegabilmente dettero dei risultati formidabili, tanto che i miei si misero l'anima in pace, ma per farmela pagare perchè ero sopravvissuto mi costrinsero a imparare le scale di terza con entrambe le mani, a quattro ottave, costringendomi a legare il passaggio tra la terza e la quarta terza, come nel quarto studio di Listz, o nell'andantino di Philipe Emmanuel Bach (fratello minore di Johan Sebastian). La mucca e la chemio appunto mi facevano stare bene ma avevo nostalgia di tutte le chattate fatte con il mio amico Ignazio Galapponi, infatti di lì a poco coniai un proverbio: "La mucca non val certo Ignazio Galapponi". Monia ti amo.
Caramelleamare
300!

Lo Sgargabonzi compie 300 post. Non c'avrei mai creduto, pare ieri e invece, le cose, non arriveremo a 400, eccetera.
Trecento post, come i trecento spartani che decine e decine di anni fa si sarebbero sacrificati per salvare l'occidente dall'invasione degli ottomani. Trecento individui spartani, armati di nocumentose armi come martelli da guerra, alabarde e spade bimani, che tante donne avrebbero reso vedove in quella sporca notte di sangue che ancora oggi si ricorda. Erano trecento, proprio come i trecento post di questo blog, mentre gli ottomani erano un pugno più di duecentomila, come i visitatori dello stesso. E allora i miei lettori chiuderanno un occhio se giuoco ad immaginare quei trecento guerrieri armati dei miei post, invece che di vili strumenti d'offesa. E mi perdoneranno ancora se mi viene da pensare che forse sarebbe stato meglio così. Questo per la battaglia delle Termopili, di El Alamein, di Cinocefale e per tutte le guerre che insanguinano il mondo. Che in un attimo scomparissero le armi e al loro posto spuntassero dei foglietti con scritte le recensioni dello Sgargabonzi, le battute, le introspezioni! Il sangue diventerebbe allora sciroppo d'amarena con una fonte di fenilananina, mentre i denti sradicati sarebbero dadi a sei facce con cui giocarsi gli Exogini e la credibilità. Con lo Sgargabonzi nel fodero, tanti guerrieri nel mondo si armerebbero dell'ordigno più forte: il sorriso. O meglio ancora: il sorriso all'antrace. Così da provocare il cancro in chiunque si muova. E se capita di incrociare un mimo immobile, massì, cancro anche per lui! E se anche i sorrisi all'antrace non bastassero, quei post potrebbero essere adoperati per provocare dei perniciosi tagli da carta. Scoprire il glande di ogni ottomano e usare di sguincio i miei post, tesi fra le dita, a mo' di lametta. Vedere volare migliaia di piccoli dischi volanti rosa e acchiapparli al volo, con la bocca, come chicchi d'uva pucciulina in una torrida estate a Viserba. Ma maneggiando falli come fosse niente, quei tagli da carta finirebbero ben presto per lasciare spazio a dei taumaturgici baci. Baci bagnati e avvolgenti, a nettare le ferite dei poveri ottomani, con la lingua che indugia proprio nell'attaccatura del frenulo, che all'ottomano ci piace tanto. E' così che ogni guerra nel mondo diventerebbe l'occasione per fare l'amore, in tutte le posizioni, infilarlo in qualsiasi cosa che si muova. E se capita di ritrovare il mimo, massì, appoggiarlo anche a lui! Stasera pago io!
Operazione vacanze

Vado al mare, a Milano Marittima, a venire in faccia ad alcune fotomodelle svedesi. Evvai!
So che questo farebbe felice... [...]




