Lama di rasoio

A sinistra, il quartiere degli artisti.
Come in Italia: una piazza larga e lunga, piena di negozietti caratteristici e caffè all'aperto, sole fino al tramonto a tangere le gote abbronzate dei giovani di trentacinque anni in pausa pranzo e delle mamme con un bellissimo passeggino retrò e qualche pargolo da ostentare. Oppure, le mamme con una borsa di foglie di banano, la pancetta già scomparsa e un babbo devoto che indossa il neonato avvoltolato al petto in teli etnici color terra di Siena bruciata, blu di Prussia e verde smeraldo. E gli alternativi con le palle di pelle di pollo da gionglare e i Diesel scesi, i punk finti e quelli veri, i suonatori di fisarmonica per strada. Tutti cólti, esperti di vita, disinvolti, liberati, scanzonati nella dolce vita nordica. E troppo intelligenti per potersi lasciar descrivere con un "figli di papà che si possono permettere di apparire poveri ma indossano stracci da trecento euro al pezzo", perché loro sono cool, hanno autoironia a palate, e tali critiche le anticipano con garbo, come se anticipare critiche su sé stessi li rendesse immuni dall'odio degli altri. E tonnellate di latti macchiati ed espressi a picchiettare le loro vesti di lino intonse.
A destra, il quartiere delle puttane.
Quello, in Italia, manca: tante stradine piene di rifiuti e bottiglie rotte, bravi minacciosi che camminano svelti e si girano a controllarsi le spalle, prostitute in minigonna dalle cosce sfatte che hanno finito il turno, mangiano una pizza allegre e si mostrano i tatuaggi più nuovi, adolescenti con i capelli cortissimi pieni di gel che esaminano le entrate, i poster e le foto per decidere dove avrà luogo la bravata della sera a venire. E i turchi che confabulano e intanto si passano lo scalandrino per pulire l'insegna fatiscente del chebabbaro, le bambine vanno a scuola con lo zainetto quadrato fosforescente, gli spazzini annientano gli ultimi resti di vomito davanti alla fermata della metropolitana. E qualche brasiliano imberbe improvvisa una partita di calcio tra le macchine parcheggiate, neanche stessero girando un documentario. Il caos è imminente, tutto è pronto per l'orgia di confusione mangiare scopate risate birra luci e cazzotti della notte. E, serafici, i vecchietti siedono davanti alle porte dei negozi come nella Puglia più profonda e guardano, guardano e basta.
Tra questi due mondi, la mia strada, e io in bicicletta che non so dove andare a fare la spesa: se immergermi nel mondo intellectual-chic dei negozi biologici tra mille mamme contente e mille vite alla moda nel quartiere che fu degli eroinomani, o virare e infilarmi nel labirinto delle vie del porto e vedere di sguincio facce livide, sfruttate e avventurose che le mamme di cui sopra elogerebbero come nella miglior cartolina o nella più sontuosa proiezione di diapositive di safari, beate della loro visione distaccata.
Mi prende male, torno a casa e mangio un piatto di spaghetti al burro.
A volte scegliere è troppo difficile.
Sara Nofri
Certi tarli

Sto lavorando molto su me stesso. Occhio che macchia.
Sull'elaborazione del rimpianto, del rancore e dell'invidia. Financo del vittimismo. Lo so, sono brutte bestie. Così difficili da coltivare, nutrire, far crescere. Ma a me piace viziarle. D'altronde tutto qui intorno complotta per spacciarci come gente che non ha tempo per l'acredine. Gente che guarda e passa. Che insegue la vita. Che chiava in serata. Esseri ridicoli. Il mondo è pieno di ragazzi della prateria a cui i "ti amo" bagnati di lacrime proprio non vanno giu. Perchè l'amore deve farti sorridere, deve farti stare bene almeno come un Crodino, quasi come un Campari. E quando è finito è più bello ancora, perchè ti rimarrà per sempre nel cuore. Una vera pacchia!
A cagare in mondovisione mi vergognerei meno che ad essere uno di quelli che non hanno avuto tempo per coltivare certi tarli. Quelli che non covano sentimenti di vendetta e non traggono piacere quando certi altri se la passano male. Quelli che guardano più avanti che indietro, mentre considerano gli altri come i compagni di un tratto del loro viaggio. I soliti lobotomizzati che non hanno paura della morte perchè "fa parte della vita". E per ogni morte c'è una nascita, anche se non è la tua. Pacificati, hippy, cuorcontenti. Roba che meglio il cancro...
Amo invece gli irriducibili romantici che piuttosto rovinano la loro esistenza, per trovare il modo di rovinarla a qualcun altro. Qualcuno con un nome e un cognome precisi. E mi auguro di diventare uno di quei vecchiacci incarogniti che odiano i giovani e che sperano di avere ancora il tempo per vederli schiantati in autostrada. E non certo uno di quegli arzilli gote-rosse che serafici ti fanno: "Divertitevi! Fate l'amore, che avete vent'anni!". Mammamia, mi hanno sempre dato i brividi per il raccapriccio. Già me li vedo inteneriti con in braccio la loro adorata nipotina. E la distraggono col naso-contro-naso, ma intanto le pastrugnano la fichettina santa: "Macheccos'è questa bella patatina?!?!" E lei: "Gah!". E poi ghirighiri sul pancino. E dopo borda in culo che dio la manda.
Scusate, ma noi anime tarlate la pensiamo sempre male. Ma solo perchè siamo attentissimi e abbiamo il senso della differenza. E meno male che qualcuno ce l'ha.
Alessandro Gori
Le avventure di Gunther Brodolini

Durante la lezione di scienze, avevamo il compito di dividere l'atomo. E' una cosa molto difficile da fare, per un fatto molto semplice: l'atomo è piccolissimo. Per farvi capire le sue dimensioni, immaginatevi una moneta da cinque lire o un bottone molto piccolo. Ecco, l'atomo è pressapoco così, forse anche più piccino. Dividere un atomo è pure una cosa abbastanza rischiosa, anche se mai come scambiare il cloruro di potassio per il campionato di calcio.
Insomma ero lì che ci stavo dando dentro di trincetto, quando è avvenuta una scossa di terremoto dell'ottavo grado della scala Throw Nathan. Subito abbiamo messo in pratica la procedura d'emergenza e mi sono fatto piccino piccino sotto al banco. Ed è allora che ho fatto la scoperta che mi ha rovinato la vita in meglio. Dovete sapere infatti che sotto al banco esiste una terra di nessuno bellissima e incantata, che io nemmeno sospettavo (quando si dice le cose!). Un regno popolato di truciolame di matita e Billy all'arancia schiantati, che poi è esattamente quello di cui ho bisogno per essere felice. La cosa più fantastica sta nel fatto che lì è come se scomparissi per gli altri. Piegato sotto al banco nessuno mi prende in giro, nessuno mi fa piangere lacrime di sangue o mi ordina di stare piegato sotto al banco. Lì non c'è Arnese Nercioni, della quinta, che a ricreazione mi ruba le vettovaglie e mi fa firmare dichiarazioni capestro sulla morte di Pasolini. Di quel regno io sono l'Imperatore Supremo con diritto divino deluxe, e tutti i cattivi e i prepotenti li uccido con il mio tridente di platino laccato. E poi sotto al banco è possibile tutto quello che non lo è nella realtà. Puoi ascoltare i colori e vedere i suoni farsi una sega. Puoi sgominare il caffè d'orzo, elencare un tappo, provocare la gatto-mania o aprire una fabbrica di aziende. Laggiù anche le regole della fisica sono sovvertite: un kilo di piombo pesa uguale a un kilo di piume, mentre un corpo immerso in un liquido fa schifo. E' un mondo perfetto e ideale, dove il calcinaccio non è più un sogno irrealizzabile, dove il solo agrume che può abbaiare è il cane, dove il nome Attilio è condiderato - finalmente! - un nome molto breve. Come si chiama tutto questo? E' una realtà parallela? E' forse il nirvana? E' il paradiso? "No, è un emangioblastoma", così mi ha detto oggi pomeriggio il mio oncologo, prof. Vittorio Bastelli. Sfortunatamente è stata invasa l'area di Rutherford, quindi mi ha detto che non sono operabile. Mi ha consigliato la radioterapia a onde atassiche, che inizierò lunedì. La cosa meno simpatica è che, anche se la terapia dovesse fare effetto, non mi restano da vivere più di cinque mesi. Ho già firmato contro l'accanimento terapeutico.
Mentre tornavo a casa ero un po' giu, e pensavo che è molto triste morire a sette anni. Addirittura avevo trovato per terra uno yo-yo rosso e non m'aveva fatto nè caldo nè freddo.
Rientrato in casa ho raccontato, fra le lacrime, tutto al mio babbo. Lui, per risposta, ha preso a picchiarmi in testa col calcio del fucile, prendendo tutta la rincorsa possibile. Ecco, io a questo punto vorrei dire una cosa: babbo, hai veramente rotto il cazzo. Ma da mo'!
Il fantastico mondo di Federer

MEDAGLIO DI BRONZO
La mia dignità non mi permette di tacere su quella che è la lacuna per eccellenza di un fenomeno come Federer: il rovescio in top. Un colpo assolutamente dignitoso, ma comunque da essere umano. Forse l'unica imperfezione in un talento infinito, che ha saputo sapientemente sposare l'aggressività sportiva al romanticismo più sfegatato. Rafael Nadal, la sua nemesi, non gli ha mai perdonato le centinaia di palline gialle che Federer gli ha tirato contro fortissime. Se erano bianche magari le vedeva meglio, ma quelle gialle si stagliavano sul tramonto di Dubai mimetizzandosi vergognosamente. Maledette palline, inseguite e corteggiate da Federer, come avete potuto tramare di tradirlo sul 6 pari del tie-break, al quinto set dell'ultimo Roland Garros? Ma Federer è riuscito a domare quella che sembrava una situazione disperata e ancora una volta ne è uscito vincitore, offrendo una lezione di classe e umiltà al volgare gioco di Nadal. Che sensazioni ti da, Federer, dover soffrire contro chi cerca di distruggere il gioco dell'avversario, invece di imporre il proprio? Sulle le labbra tue dolcissime, Federer, vorrei vedere affiorare i tuoi pensieri. Un profumo di salsedine dovrebbe accompagnare ogni tuo colpo. Sentirò per tutto il tempo, l'eco dei tuoi "com'on!". Di questa estate d'amor, serberò nel cuore solamente il ricordo di te trionfante al Master Series di Amburgo. Questo viso tuo nerissimo racconta la fatica degli allenamenti estenuanti di un campione, instancabile e indefesso sotto il sole cocente. Tornerà di nuovo pallido, quel viso, ma non svanirà il ricordo dei tuoi successi in quei campi ardenti. Questi giorni in riva al mar pensavo a quel maledetto smash, che ti costò la sconfitta contro di lui: Nadal. Non potrò dimenticar la rabbia dipinta sul suo volto, mentre con la sua rotazione mancina struprava il tuo gioco regale. Abbronzatissima la tua pelle, sotto i raggi del sole il gioco risplendeva della tua luce. Com'è bello sognare la vittoria, quando già al quinto set stai per strappare l'ultimo servizio all'indomito Nadal. Abbracciato con te, prima dell'incontro, non tradiva certo la sua ferocia agonistica. Abbronzatissima, la nostra bella Italia bramava la tua vittoria in quei giorni di tensione competitiva. A due passi dal mare, a due punti dal match, hai mandato alle stelle tutti gli amanti del gioco d'attacco. Com'è dolce sentirti rilasciare dichiarazioni a casaccio nel post-partita. Respirare con te, durante ogni tuo match, è il minimo che io possa fare, mentre osservo migliaia di scoiattoli entrare nel tritacarne gigante. Scoiattoli abbronzatissimi sì, ma che io immolerò al dio Orhus per la tua gloria.
Cincinelli & Gori
Tranfoprimavera

(minnule AT email DOT it)
Un anno da stronzi

Da giovane rampante di sinistra, un anno fa mi era preso il ghiribizzo di mettere in piedi un sito che sarebbe dovuto assurgere a punto di incontro per tutti i parenti delle persone colpite da questo terribile male. Questi avrebbero potuto discutere, aggiornarsi, supportarsi, consigliarsi cure (palliative, eheheh). E io sarei stato il Demiurgo di questo scenario di intensa umanità. Sarebbe stata un'orgia commovente di solidarietà, strazianti emozioni, dolore e tiepide speranze subito ghiacciate al primo aggravarsi della malattia. E poi il massimo: malati che parlano in prima persona del loro male. Inquietudine! Li avrei seguiti nei loro discorsi, col tempo, sempre più sconnessi, deliranti e disperati. Poi mi sarei spacciato per qualche dottorone, e avrei consigliato delle cure a casaccio: "Guardi, provi con le Valda". Perchè questi stronzi s'aggrappano veramente a tutto.
E' storia che questo promettente progetto si sia poi involuto in se stesso fino a diventare Lo Sgargabonzi, uno dei punti più bassi mai raggiunti dalla rete.
Lo Sgargabonzi compie un anno. Pareva ieri che. E invece.
Poche parole ma buone. Ringrazio tutti gli amici e agli avventori che sono passati su queste pagine e hanno detto la loro, con divertita pacenzia, con amorevole continuitade o con sporadico appassionamento. Avete reso questo blog speciale e speziato. Uno dei pochi che io conosca, in cui il post è solo una scusa poco credibile per un flusso di commenti che invece è tutt'un programma. C'è sempre tutto un mondo intorno e il mio mondo intorno adesso siete voi, i miei Sgargaboys, piccoli balilla di piombo a cui ho infuso la vita e donato una coscienza, una morale e sei buoni pasto per il Dopolavoro Ferroviario. Piccoli nickname senza un avatar che ora splenderete per sempre nella memoria dei posteri, quando queste pagine nel 3039 saranno lette in retrospettiva dai Venusiani col seguente responso collettivo: G E N I A L I.
Chat!

Qui potrò conoscere donne, donne nude, persone bonazze, groupie, Drupi. La potrò buttare sul mio classico della seduzione - il leggendario "fattore pena" - e così riuscire a titillare le loro fichette nauseabonde. Quindi recidere le grandi labbra con delle forbicine da manicure e darle da mangiare ai loro figli, spacciandole per i mollicchioni rosa del chiosco di schifezze all'angolo. Farlo, o almeno immaginare di farlo. Inquietudine!
L'ingresso resterà qui a fianco, sotto Cathering. Per non dimenticare.
E ora, entra nella Sgargachat!
Sotto il bicchiere

La luce elettrica attraversa quel vetro affumicato e rende tutto fasullo e sinistro. Qua si soffoca, qua si annega, da qua non si scappa. E io sono finito proprio qua. La luce elettrica anche di giorno, briciole di pane che mando a memoria, un giglio ricamato a macchina sul pavimento di tovaglia, una macchia di rossetto sul muro di vetro. E poi, l'effetto fumè del bicchiere. Cinque centesimi in più, cadauno, giusti giusti per fare impazzire una mosca. Da qua è tutto arancione. La luce arancione, arancione la musica, le cellule, l'amore e la morte. Arancione domani, arancione lei, che non se lo merita mica. Vecchi film in tv, in nero e arancione. La vita più bella possibile, avete presente? Ecco proprio quella, filtrata di arancione. Marchiata e stuprata di questo maledetto arancione.
Di certo a quell'uragano sopravviveranno le mosche, intrappolate in bicchieri come questo. E da lì, al sicuro, assisteremo alla sua furia. Vedremo la morte degli altri, la natura e gli uomini che si piegano e cadono e stillano sangue arancione. E dopo, tante mosche come me che accorreranno a banchettare sui corpi. Poi l'odore della pioggia marcia entrerà dalla finestra, e come una carezza la sentirai scendere lungo il bicchiere, penetrare le fibre della tovaglia e arrivare fin qua, in questa mezza bolla di vetro, a ricordarti quello che sarai. Non c'è scampo a quella pioggia che ha affogato i ramarri verdi e violentato le violette.
Pillole di ordinaria follia

Oh poverino! Questi birboni non gli hanno fatto il tesserino non gli hanno fatto! E nemmeno ghirighiri sul pancino bello, che gli piace tanto a questo imbecille! Perchè fare entrare a ufo questo qui al cinema non deve essere un'eccezione, ma la regola. E chi non lo fa si merita - nell'ordine - di chiudere bottega, farsi venire la tisi e mandare la figlia a vendere fiammiferi nei ristoranti di lusso, con la borghesia che si ingozza e intanto fuori nevica.
Alessandro Gori
Le avventure apocrife di Gunther Brodolini

BRODOLINI IMPARA A LEGGERE
(di Lozissou)
S'era a tavola - io, mamma e papi - e - regola numero uno - mai fare le puzze a tavola. Ero - io li conto sempre - al tredicesimo fagiolo della pasta e fagioli di mia mamma - buonissima perché mette sempre molti fagioli di modo che cremolino insieme alla pasta (spesso spaghetti) - e ho deciso di ribellarmi alle consuetudini: "proot!", ha esclamato il mio buchetto elastico-anale. Voleva dire la sua, come la cuccuma che avverte che il caffè è pronto. Qui si preparava invece la pupù, che poi - la birichina! - è scappata solo due ore e un quarto più tardi. Lo sbigottimento dei miei vecchi è passato in secondo piano, e anche se i legumi iniziavano la loro avanzata intestinale, io continuavo a cibarmene probo ed educato come sempre. Al che papi l'ha presa sportivamente: "ci eravamo fossilizzati su quest'abitudine. Grazie di averci liberati. Ti regalerò una cosa!". È andato in bagno e l'ho sentito frugare nel cesto dove tiene i giornaletti che lo aiutano a emettere quella sorta di pipì biancastra che a me ancora non è mai scappata; a me basta aprire appena il rubinetto o fare "pss", a lui - gentiluomo non aduso ai versi gutturali - servono quei giornaletti. Forse è come nei lavandini: la giallognola è la pipì calda, la bianca è quella fredda, e c'è un solo rubinetto. O forse è da lì che viene fuori lo shampoo che, non passano mai più di due giorni, mi dò con solerzia marziale. Insomma ne è venuto fuori con un bel tomone stavolta: sembrava proprio quel che era, l'autobiografia di una pornostar, ovvero quell'agenzia di persone a cui papi si rivolge quando nemmeno i giornaletti fanno effetto e ci vuole il ricovero d'urgenza. La pornostar si chiamava Ginetta Fatima, era bionda, alta (sui 5-6 centimetri in foto!) e di molto ma di molto buona. Buonissima, ecco. Nel frattempo il mio culetto odoroso stava per titillare di nuovo, ma per rispetto di lei mi sono trattenuto. Che piacere di lettura però! L'ho letto d'un fiato e su tutti m'è rimasto impresso un passo, cioè quando Ginetta spiega che per una donna che sta per praticare un pompiere con ingluppatoio sarebbe preferibile sapere che il maschio ha da poco mangiato ananas o bevuto succo d'ananas. Diavolaccio d'un ananasso, io che t'ho sempre snobbato come frutterello esotico! Sarà che senza di quello - notoriamente dolce -, invece, l'effetto è quello dello shampoo negli occhi: brucia. Insomma, nell'imparare questo ho anche appreso un'altra novità: il pistulino della pipì, se uno legge a letto (io che dormo col pigiama di Padre Pionta e senza mutande ho ben avvertito l'insinuarsi intercosciale della differenza), può diventare un martelletto che non cessa di pulsare finché, come col latte da smucinare fino ad arrivare alla panna montata, non esce il benemerito shampoo. Chissà quanto deve aver letto il piccolo Baby Johnson!




