Lo Sgargabonzi !

E' un mondo perfetto prima della caduta.

Monster

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MONSTER
 
dear florence's monster
you are very evil
you kill the couplettes
to some cut the pube
to some no
you must learn from fabrizio
frizzi
he doesn't cut any pube
he presents tv shows
then returns to home
eats some lasagna
hundreds of lasagna
with thousands of tropical fishes
and a tanker of benzene
and goes to bed

Kimberly

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KIMBERLY
 
profilati d'alluminio a elle
in italian means
profilati d'alluminio a elle
the same term
in congolese
means
i love you, kimberly
that in italian means
ti amo, kimberly procchiato
that in congolese means
glass 122 parallasse
so
when you go to a ferrament
to buy profilati d'alluminio a elle
make sure that the receptionist
is not a congolese called kimberly
in congo there are very serious laws
about to declare own love in a ferrament
especially when many customers are waiting
kimberly or not kimberly

Vita da camper (terza parte)

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Nella vita anche le situazioni più problematiche, finché te le immagini, sembrano tutte belle sfide da vivere. Quando invece ti ci trovi in mezzo, capisci che sono molto meglio. Quando entrai a far parte del camper, questa lezione mi fu chiarissima. Fin dall'inizio mi trovai a dover affrontare dei problemi di carattere pratico, che superai in gran parte grazie all'entusiasmo per questa nuova vita. Come postazione avevo scelto una collinetta boscosa a pochi kilometri dal centro di Arezzo. La strada era costeggiata da ville di tutti i tipi e poco dopo l'ultima trovava spazio un ottimo cimitero, dotato di fontana esterna con quei praticissimi flaconi del Dixan, che tornano troppo comodi quando hai voglia di una bella sorsata d'acqua. Nei pressi del cimitero trovai uno spiazzo quasi pianeggiante e lì mi fermai. Quel posto sposava una buona esposizione al sole durante l'inverno e un'ottima veduta della città. Poiché quando ti diverti il tempo vola, i primi giorni sembrarono passare in un attimo. Avevo deciso infatti di fare di rendere divertenti le più semplici mansioni per la sopravvivenza. Per esempio, non avendo i soldi per usare la stufa, riscaldavo l'ambiente sfruttando la bollitura dell'acqua per la pasta. Sigillavo porta e finestre in modo da ottenere la vampa di calore. Inizialmente si verificava un piacevole effetto sauna, che non disdegnavo di sfruttare per ricavare del piacere fisico. Infatti mi spogliavo completamente nudo e così espletavo le più normali mansioni, da cucinare a fare puzzle a ballare. A forza di avere a che far col mio essere nudo, inevitabilmente mi ritrovavo eccitato e senza nemmeno accorgermi mi soprendevo a masturbarmi. Purtroppo con lo svanire del vapore, il caldo se ne andava e quella che era una corroborante sauna si trasformava in un triste acquitrinio gelido sul pavimento. In quei momenti l'eccitazione veniva sopraffatta dalla più sepolcrale depressione. Nel silenzio della notte, mi contorcevo nel mio male di vivere, piangevo senza lacrime e avrei voluto solo lasciarmi scivolare nella non-esistenza. Pregavo solamente che non mi scappasse da cacare in quei momenti o il mio già provato equilibrio nervoso sarebbe irrimediabilmente crollato. Tutto avrei voluto tranne che dovermi confrontare con l'inferno di un camper dell'82: il gabinetto. Era uno sgabuzzino di un metro quadro, per un terzo occupato da lavandino e specchio e il resto lasciato libero come vano doccia e water-close. Quello che non m'andava giù, oltre alla merda, era che nelle case normali un vano di quella dimensione sarebbe stato un cassetto, nella mia vita era un posto dove cacare, pisciare, farsi la doccia, la barba e lavarsi i denti. Ad occupare quello spazio c'era un cesso da camper, formato da una tazza dove sedersi e una valigetta sottostante che raccoglieva lo sterco. Per evitare il reflusso dei cattivi odori, si spingeva una leva che tappava il foro. La valigetta era una specie di ventiquattrore marrone, scamosciata, con un tappo da una parte e una catenella collegata ad una manetta per evitare che te la scippassero. Ogni tre cacate circa (quattro se era diarrea) dovevo sfilare la valigetta dalla tazza e andarla a svuotare. Anche se dall'esterno aveva un aspetto elegante e rispettabile, sapevo che dentro c'era qualcosa che non andava e che, quanto ad orrore, l'olocausto era un complimento. A niente serviva il pratico liquidino bluastro scioglimerda, quando usciva fuori una brodaglia avana mista a dei blob viscosi e fischiotti non digeriti. Non che il liquidino non facesse il suo lavoro, solo che io non avevo soldi per cambiarlo abbastanza frequentemente. Per svuotarlo scendevo di pochi passi il pendio adiacente al camper e trattenendo il respiro e bestemmiando interiormente, col braccio teso svuotavo la tanica in un torrente immacolato. Una mattina di primavera passò di lì una ragazza bellissima, un angelo coperto da un vestitino bianco, che mi si avvicinò e dopo essersi presentata con un malizioso sorriso mi chiese incuriosita: "Cosa fai? Butti via la benzina?" Io mi voltai di scatto verso di lei e con un ghigno torvo le gracchiai: "No, è la merda che ho cacato! AHAHAHAH!" La ragazza ammutolì, poi la vidi fare dei passi indietro e scappare velocemente sparendo nella boscaglia. Di lì a poco, per ovviare a questa disagevole situazione, decisi di fare un investimento importante. Acquistai una sedia di plastica al Punto Casa e un martello per sfondarla. In questo modo ne ricavai una poltrona cacabile, dove avrei potuto sedermi ed evacuare in comodità. Infatti, quando ero pieno, mi armavo di giornalini e con la sedia sotto il braccio, penetravo nel bosco. Sistemavo la sedia sopra a dei gruppetti di fiorellini appena sbocciati, in modo che potessero gioire dall'arrivo del mio concime chimico. Cacare in sé era questione di cinque-dieci secondi, l'ora successiva era relax: leggevo i giornalini, telefonavo ai numeri verdi e cantavo a squarciagola le canzoni di De André immaginando di essere a Sanremo. Un giorno ero lì, avevo appena fatto il pezzo grosso e mi allentavo la tensione giocherellando a contrarre il buco del culo per stillare fino all'ultima goccia la diabolica mocciglia finale. Proprio durante un cureggione, mi volto e vedo la ragazza col vestito bianco, che anche quella mattina passava di lì. Non faccio in tempo a dirle "Non andartene ti prego, lasciami spiegare..." che è già scappata in lacrime. In quel momento realizzo di aver raggiunto il fondo del barile della mia esistenza. In un attimo tutto perde di significato e vorrei solamente lasciarmi morire, lì su quella sedia, inerme a tutto e a tutti. Nel gorgo senza ritorno di questo torpore mortifero, mi sorprendo nel vedere un piccolo scogliattolo che è salito sulla mia coscia. Mi fissa con occhi pieni di pena, poi si alza sulle zampe, mi regala una nocciola e scappa.

Caramelleamare & Acidshampoo

[RECE] Nel paese delle creature selvagge

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I problemi dei pelouche.
Purtroppo una volta, nei film per ragazzi, i pelouche ridevano e scherzavano, facevano discorsi strampalati e fra un discorso e l'altro dei salti molto buffi. Non avevano mai problemi, ma al massimo dei problemini (problemi più piccoli), unicamente di carattere pratico, che però erano buffi anche loro e facevano proprio ridere mentre te li esplicavano. Problemi assolutamente degni di nessun rispetto, del tipo: "Il nano Zullo ci sta rubando la verza!". Il Darfur, signori, è un'altra cosa. Ma questo succedeva, appunto, una volta. 
Nel Paese Delle Creature Selvagge prende luogo su un'isola dove non imperversa il classico scenario fiabesco, fatto di casette a fungo e castelli incantati, bensì la seconda in classifica fra le ambientazioni preferite dai bambini: la tundra. In questo luogo 
risiedono dei pelouche con dei problemi di tipo esistenziale. Che siano problemi seri te ne accorgi già dal fatto che i pelouche parlano come persone normali, con tanto di subordinate e coordinate per asinderto, e fra loro non si chiamano coi soliti nomi buffi, ma bensì Douglas, Richard, Aureliano Disciolti, Efrem Maranzana e Catherine Zeta Pojazzo. Sono pelouche che purtroppo hanno dei problemi. Uno, per esempio, spacca tutte le capanne degli altri. Non è cattivo: è nervoso. E mentre spacca le capanne, gli altri gli fanno capannello attorno per comprenderlo, tanto che lui ne prende uno di peso e ci spacca un'altra capanna. Ma loro non se la prendono: Efrem è nervoso. E comunque si vede che Efrem è triste perché sa che quello che sta facendo non è bello. Ma urla frasi sconnesse tipo: "Avevamo detto che avremmo dormito tutti insieme!". Ma si sente che sotto c'è qualcos'altro. Poi c'è un pelouche scuro, sempre cupo e zitto, che dice solo: "Mh". E si vede che gli altri lo pigliano con le molle: il geometra Disciolti è fatto così. Un giorno Efrem, per il nervoso, sradica un braccio al suo migliore amico che poi resta con un ramoscello di legno al posto dell'arto e però continua ad essergli amico. Evidentemente questi pelouche hanno molto da insegnarci in fatto di perdono e protesi, a noi che litighiamo coi vicini per una tazzina di malto. Purtroppo i pelouche di una volta avevano come priorità quella di spiegare al pubblico di bambini chi erano, quanto erano imbecilli e cosa li faceva agire. Ora no, la fregnonanza non viene calcolata, i film iniziano in medias res e i mocciosi che s'annoiano si levassero dai coglioni. Oggi i problemi dei pelouche c'è solo da intuirli e tanto non si capiscono mai veramente, perché anche nella vita è così (vedi una bega infinita di mio cognato col catasto).
Ad un certo punto in quest'isola arriva il protagonista. Un bambino in fuga da una situazione familiare terribile: aveva un igloo e gliel'hanno spaccato. Una volta i bambini dei film di bambini, specie se finivano in un ambiente non loro, erano tutti timidini, tenerini, moderatamente curiosi. Mentre il bambino del film è una sorta di blac-bloc vestito con un pigiama da lupo. Spacca tutto, urla, mette addirittura le mani addosso stai molto calmino!!! E soprattutto si finge re. Tanto che questi pelouche, per un attimo, hanno l'illusione che lui potrà curare le loro depressioni. Molto presto se ne affezioneranno e diventeranno loro la sua famiglia. Una buona ora del film ci mostrerà queste due razze che si incontrano e rotolano fra gli sterpi e si abbracciano e si danno ospitalità nelle reciproche depressioni. Quando è chiaro a tutti che quel bimbo non è un re, i pelouche non se lo sbranano perché ormai lo vogliono bene, ma per prima cosa lo mettono su una bella barchina, che poi adagiano in acqua e gli danno una spintina col piedino. Tutto questo per far ritornare il "re" a casina sua, dove può rompere i coglioni ad altra gente. Quello era il superpotere di quel bimbo: far perdere tempo prezioso ai pelouche. Purtroppo le persone sottovalutano i problemi dei pelouche moderni. Un bambino arriva, vuole fare lo spiritoso, ma i pelouche non sono lì per il tuo diletto, hanno problemi come te, come i tuoi genitori, come tutti ne abbiamo. Quando tornerà a casa, vedremo quel bimbo cenare quello che la mamma gli ha preparato, mentre lei lo guarda commossa perché pensava di averlo perduto per sempre. Ma attenzione: quello che quel bimbo beve è acido solforico e quello sulla forchetta è un pezzettino di sorcio morto.

20 domande scomode (parte seconda)

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Perché non si dimette da Presidente del Consiglio?

Lei ha versato ingenti somme di denaro pagando stabilmente magistrati perché compissero atti contrari ai loro doveri d’ufficio. La domanda è: si dice “denaro” o “danaro”?

Il libro sulla sua famiglia che spedì a tutti gli italiani, ci voleva tanto a farlo cartonato e non in brossura? Si sciupa meno quando ci appoggi sopra il mango a fettine o i mezzi cingolati. Comunque va bene anche in brossura.

E' vero che lei è talmente ricco che, addirittura, ha la piscina?

Può essere che lei non si è ancora dimesso da Presidente del Consiglio perché non gliel’hanno mai chiesto con educazione?

La smette di uccidere o no?!

E’ vero che lei non vuole essere processato perché tocca alzarsi presto? Pigrone!

A pagina 31 del libro sulla sua famiglia che spedì a tutti gli italiani, c’è la foto di lei che si masturba vestito da druido. Cosa ne traggo?

Ora che le hanno approvato anche il lodo Alfano, le va una Schweppes?

Ma che te ne fai di tutti questi soldi? La fecola costa pochissimo.

Nelle registrazioni della D’Addario può essere che abbiano fatto imitare la sua voce a qualcuno di totalmente insospettabile? E ci pensi bene: esiste in natura qualcuno di più insospettabile di Fabrizio Frizzi?

Lei è famoso per le sue barzellette sui pedofili. Complimenti.

Mi è stato detto che lei ha rubato la Mondadori a De Benedetti ed è scappato attraverso la scala antincendio. E’ vero?

Il pane lo prendi te?

Lei comprerebbe un preservativo usato da una persona come lei?

Per riconquistare l’amore e il rispetto di sua moglie Veronica ha provato coi Ferrero Rochét?

Lei dov’era quando Luigi Tenco si è “suicidato”?

Mi manda un po’ di merchandising del PDL? Non so, blocchetti, penne…

Ma insomma questo Milan?

Si ricorda di quell’euroconvertitore che spedì anni fa a tutte le famiglie italiane? Purtroppo il mio sbagliava le equivalenze e la prima volta che l’ho usato ho pagato un kilo di lattuga duecentomila euro. Ho dovuto ipotecare la casa e sono impelagato con due banche, uno strozzino albanese e un clown morboso. Mia moglie ha iniziato a prostituirsi e incassa qualcosa. Ma il suo cliente principale è quel puttaniere di mio figlio quindi quei soldi che entrano escono subito. Ultimamente ho una protuberanza sotto lo sterno, tossisco sangue e ho perso 20 kg senza nemmeno accorgermene. Dovrei fare una TAC ma non posso pagarla. Tutto questo per il suo euroconvertitore dell’amore coi tastini tutti blu blu blu!

Il cappuccino artistico

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Oggi non è come ieri.
Ai tempi della grande guerra, si cercava di ingollare il maggior numero possibile di uova, strutto e aringhe perché forse non ci sarebbe stato domani. Ai giorni nostri invece, il semplice atto del nutrirsi ha poco da spartire col gesto funzionale, meccanico, financo banale del tempo che fu. Anche acquistare un cappuccino rovente (costano pochissimo) e gettarselo in gola di prima mattina è diventato un gesto sociale che veicola chi sei, come la pensi, che ore sono, che ha fatto la Sampdoria ieri fuori casa con la Spal. Ma soprattutto è un atto artistico di cui, oggi come non mai, c'è assoluto bisogno. Perché come Aristotele insegnava, solo la bellezza può assurgere a cura in un mondo di volgarità e menefreghismo. E la bellezza (nell'accezione polinesiana del termine) può essere - perché no - proprio in quel cappuccino. Non è più una priorità che gli alimenti siano "nutrienti", ma piuttosto naturali e sani, quindi cappuccini fatti col latte di mangusta e i Pocket Coffee scolati dentro, magari serviti in una tazza "letteraria" ricavata dalla ceramica del cesso di Pasolini con decorazioni fecali del minorenne Pelosi. Non vogliamo un cappuccino che si limiti ad essere tiepido e senza grumi, bensì un cappuccino che si racconti e, soprattutto, ci racconti. Chi ne ordina uno versato in un bicchiere di vetro ("cappuccialvetro!") non lo fa più perché gli torna bene vedere che dentro non c'abbiano infilato una svastica o una bomba a mano, ma per godere del meraviglioso spettacolo estetico tipico delle bevande vetrate. Fa bene al cuore suggere un cappuccio in vetroresina mentre la città è ancora sonnacchiosa, intanto sfogliare indolenti un quotidiano di sinistra, ascoltando Giovanni Allevi in cuffia, con addosso una maglietta con la foto di Hammurabi e un tritone agonizzante che spunta dalla tasca. Sorbirlo lentamente, sinuosamente, ascoltando la storia che quel latte ci racconta, facendo sì che quel semplice momento di quotidianità diventi evento per gli altri, bellezza, incanto, che si ammanti di quel lirismo che farà sì che i passanti si interroghino su chi sei, cosa pensi, quali sono i colori del tuo buio e le loro verità. Un cappuccino che metta in discussione anche loro stessi. Senza contare che fra quei passanti magari c'è anche qualche bella troia.
Una richiesta di bellezza da noi invocata, che trova complicità anche di là dal bancone. E' diventata infatti abitudine di molti bar che il cappuccino venga adeguatamente decorato prima d'essere servito. Ho parlato di abitudine, e mi si perdonerà se l'aggettivizzo con "gran buona" (abitudine, per chi avesse iniziato a leggere solo ora). E c'è forse modo migliore per iniziare la giornata, se non con un sorriso? La gente non hanno bisogno del latte, ma del fiore di loto nel salmastro tramonto di Sumatra con le barche. La schiumetta infatti, insieme all'arabica sottostante, forma una sorta di sborrata bianca che può essere disegnata nei più svariati modi. Ci sono barman che sono dei veri e propri artisti, alla pari di Donatello, Raffaello o altre tartarughe ninja. Esistono, sussistono, dei puntelli da cappuccino atti alla bisogna, coi quali il barista-artista darà vita ad un coniglio, una farfalla, un cazzo scappellato pronto per essere sucato insieme a dell'ottimo cappuccino amore mio. Sono gli stessi puntelli usati dal golden boy della pittura atonale Wilbur McStein, l'anno scorso in Indiana, per togliere gli occhi ai propri genitori. Alcuni baristi disegnano direttamente con l'unghia del mignolo, lasciata appositamente più lunga, utile anche per raschiarsi i denti a fine pasto ottenendo quella struggente "pagnicca". Se uno ha fretta e il cappuccino lo vuole ingollare al volo, il cameriere gli dirà: "Nooo... te lo volevo fare bello!". E l'avventore si soffermerà volentieri ad ammirare la forgia dell'opera d'arte, nel caffè letterario come nel bar dell'ospedale, regalandosi un momento di relax mentre sua madre sta morendo di sclerosi a placche. Cosa ci regalerà questa volta l'artista-barista? Il coniglio? Il fiore? Le due lesbiche? Il cliente ne centellinerà ogni gesto, commentando col vicino: "Ah vedi... col coso... oooOOOooohhh... anche le orecchiette!!! Belllllllissimooooo.... PORCA MADONNA, I VIGLIACCHI!!!"

Le cose che non esistono

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"...et quae res nobis vigilantibus obvia mentis
terrificet morbo adfectis somnoque sepolti,
cernere uti videamur eos audireque coram,
morte obita quorum tellus amplectitur ossa."

"... e quale cosa, venendoci incontro mentre siamo svegli
e affetti da malattia, oppure sepolti dal sonno, atterrisca
le nostre menti, così che ci sembra di vedere e ascoltare da vicino
i morti, quelli di cui la terra abbraccia le ossa."
Lucrezio, "De rerum natura", I, 132-135

Caro Gori, quello che ti spedisco stavolta non è un racconto di fantasia, ma un resoconto fedele di fatti che mi sono accaduti. Anzi, di fatti che mi stanno accadendo. Come sai mi sono trasferito da poco, ho trovato lavoro qua a Grosseto, all'ospedale, e finalmente guadagno un po' più del solito. Arrivo insomma a mettere insieme uno stipendio decente, quello che basta per pagarmi un affitto in un bilocale ammobiliato, mangiare e pagare le rate della macchina. Il casino per me è lo stare da solo. Non conoscendo nessuno, quando non ho i turni in Geriatria, o una volta smontato dal turno, dopo cena, mi ritrovo qua da solo, sempre da solo con me stesso. Ma non voglio lamentarmi; mi sono lamentato fino a ora di quanto guadagnassi poco, anche rompendovi a tutti un po' i coglioni, lo so che devo stringere i denti e andare avanti.
Ma, sarà che da casa mia non ero mai uscito, non mi riesce proprio ad abituarmi a vivere da solo. Mangio sofficini, scatolette, formaggi, poco altro. Il mio corpo vive come in un leggero letargo, e così la mia mente, che si smarrisce delle volte in assurde contemplazioni. Libera da impegni con il mondo reale, non avendo niente di meglio da fare, fugge come un animale selvatico verso i luoghi che più la incuriosiscono. E' inutile richiamarla tanto, è come un cane che non dà retta al padrone, che trova tracce, le segue, si perde. E' da parecchio tempo che mi succede questa cosa, solo che a casa mia c'era sempre qualcuno che poi arrivava e mi faceva tornare in me. Non te ne avevo mai parlato, ma puoi ben capire la mia voglia di non apparire ridicolo.  
L'ultima cosa che la mia mente ha seguito, e che ha stanato, è il seguente pensiero: che cosa proveresti se, in un momento in cui sei da solo a casa tua, girandoti di scatto, tu vedessi dietro di te, nella stanza con te, QUALCOSA CHE PROPRIO NON CI DEVE ESSERE? Qualcosa che si è materializzato in silenzio, o che è arrivato silenziosamente, strisciando da chissà quali regioni... qualcosa che fino a quel momento è rimasto dietro di te nel più perfetto dei silenzi. E che ora, nel momento in cui ti sei voltato, ti incrocia lo sguardo. 
Un volto verdastro, orribile, deformato; una figura ingobbita. Oppure magari solo un'ombra, una sfumatura nei colori della stanza, ma che ha la sagoma inequivocabile di una persona. O un mostro enorme e zannuto, peloso, una concentrazione di rabbia animale pura, che finora è restata immobile, in agguato, sadicamente consapevole dello spavento che ti sta causando. 
Perché è chiaro, tutti sappiamo che queste cose non succedono nel nostro mondo, non sono possibili. Va bene, ma se noi un giorno, girandoci di scatto, le vedessimo lo stesso?
Perchè è questo quello che mi è successo. 
Già un paio di volte.
Inizialmente era solo un riflesso nello specchio. Quando mi spostavom vedevo con la coda dell'occhio muoversi qualcosa negli specchi o nelle vetrate dei mobili della casa. Un 'ombra, qualcosa che poteva esserci come non esserci. E io avevo deciso che non c'era, che era solo suggestione. Il giorno dopo, nei corridoi dell'ospedale, in mezzo ai colleghi, preso dai ritmi del lavoro, ci ripensavo: mi sentivo uno scemo, mi dicevo che non era niente.
Da quando invece mi è successo per bene non riesco più a dormire. Praticamente sono tre giorni che non dormo per niente. La mia mente non può reggere questa cosa ma io a qualcuno ne devo parlare. L'ipotesi che avevo solo immaginato, l'ipotesi del qualcosa in casa, la stupida ipotesi della cosa che ti guarda: ecco, questo mi è successo e mi è successo per bene, e intendo dire PER BENE.
Gori, ho deciso che non voglio più avere niente a che fare con un mondo che permette che succedano queste cose. Non mi fido più di nessuno, neanche della coppietta di anziani che sta nell'appartamento vicino al mio. Ieri sera mi sentivo così solo... eppure sapevo che non avrei potuto comunicare a nessuno quello che mi era successo. Anzi, erano proprio loro, i miei vicini, a essere colpevoli; loro, con le loro sicurezze, loro che si facevano forza l'uno con l'altro, si parlavano, si aiutavano. Mentre io ero da solo a fronteggiare quella cosa. E perché accettare quest'ingiustizia? Ho trovato dei coltelli molto interessanti, qua in cucina. E' una casa ammobiliata, c'erano, ce li ho trovati.  Sono stato dei quarti d'ora buoni a guardarli, a girarmeli nelle mani, a specchiarmi gli occhi sulla lama. I primi che ho fatto secchi insomma sono stati quei vecchi. Per una mezza giornata poi mi sono sentito bene. Non avevo più paura di niente. Era stato facile. Mi ero sfogato. Non chiedere di spiegarmi troppo sul perché, è troppo complicato.
Al lavoro, naturalmente, non ci posso tornare. Stanotte esco, non ce la faccio più a stare da solo qua dentro. Mi viene da pensare che se fossi rimasto a casa mia a quest'ora sarei forse la persona più tranquilla sulla faccia della terra. Dormirei leggero come un bambino che ha detto le sue preghiere. Un paio di coltelli me li porto.

Coi migliori saluti, e conservando un bellissimo ricordo delle serate passate con te e con gli altri,

Il marinaio

Ipotenuse (28)

fantastorie

HANS & GRETCHEN

Falegname.
C'era una volta un povero falegname che viveva in una capanna sul limitare del bosco. L'uomo era padre di due bambini, il piccolo Hans e la piccola Gretchen. La madre era morta qualche anno prima per una malattia che ancora non s'è capito bene cos'era, ma non voglio fare polemica. L'anno precedente l'uomo si era risposato, ma la nuova moglie non sopportava i due figliastri. Erano tempi grami e un giorno la moglie disse: "Non abbiamo più niente da mangiare! E' rimasto solo dell'affettato! Porta i due bambini nella foresta ed abbandonali, così avremo quattro bocche da sfamare in meno!" Infatti Hans e Gretchen erano affetti dalla famigerata sindrome di Pugaciov, che li aveva dotati di due piccole bocche ciascuno, al posto degli occhi, e di un grande occhio completamente bianco collocato dove le persone normali hanno la bocca. Oltre a questo avevano, al posto del cervello, il Belgio. Un Belgio in scala minima ovviamente, ma del tutto funzionante. Questa era la sindrome di Pugaciov.
L'uomo, a malincuore, decise di assecondare il desiderio della moglie. Ma
Hans, che aveva l'orecchio fino, aveva sentito tutto. Così sgusciò non visto nel tinello per fare un paio di telefonate tattiche. Il giorno dopo il padre accompagnò i due bambini nella foresta, e Hans lo seguì silenziosamente a bordo di una piccola asfaltatrice che aveva noleggiato la sera prima. Giunti in uno spiazzo, il padre si allontanò con la scusa di andare a comprare le sigarette. Passarono prima i minuti, poi le ore, ma l'uomo non faceva ritorno. Gretchen era disperata, ma Hans ritrovò la strada di casa: bastava seguire il sentiero asfaltato!
Qualche giorno dopo, la matrigna ripropose la stessa cosa. Hans udì di nuovo la discussione, ma di certo non poteva più usare il trucco dell'asfalto. Ma raggiunse ancora il tinello per fare un altro paio di telefonate tattiche. Il giorno dopo seguì il padre e, dietro di lui, varie ditte di costruzioni realizzavano case, negozi, parchi e chiese. Così nacque la ridente cittadina di Pennabilli. Di nuovo il padre lasciò i due bambini in una radura, con la scusa dei cerini. Purtroppo questa volta i due piccoli non poterono ritrovare la strada di casa: gli uccellini avevano mangiato tutte le abitazioni!
Hans e Gretchen iniziarono quindi a vagare per la foresta, mentre scendeva la notte. Fino a quando giunsero in una radura, dove era una casa particolare, tutta fatta di irresistibili leccornie. Aveva le pareti di sanguinaccio essiccato, gorgonzola che scendeva dalle grondaie, grosse cozze come tegole, frittate di lumache come finestre, un polmone di bove come porta e un mare di lardo liquefatto che ribolliva dalla fossa biologica. Hans e Gretchen erano affamati e si precipitarono a divorarla. Grazie alle due bocche, mangiavano e bestemmiavano allo stesso tempo. Ma ad un tratto uscì una vecchietta, che disse loro: "Non rimanete fuori, bambini! Entrate, entrate!" E poi ancora: "Entrate!"
Hans e Gretchen non se lo fecero ripetere. La vecchina sembrava gentile, offrì loro un pranzo succulento a base di carpacci e un letto a base di coperte. Ma il mattino dopo rivelò la sua vera natura: in realtà era una strega malata di alzheimer, che aveva già mangiato molti bambini e addirittura bevuto dei feti. Così Hans, col semplice uso di una carrucola, un pompelmo e un flacone di colla vinilica, riuscì a costruire una trappola che, non sto qui a spiegare come, fece sì che la strega finisse chiusa in una gabbia, dove Hans l'avrebbe nutrita a dovere per farla ingrassare, quindi cucinarla e servirla al pepe verde. Intanto Hans mise Gretchen a sbrigare i lavori più umili. Hans scendeva ogni giorno in cantina per controllare lo stato lipidico della strega. Ma questa, che era astuta, aveva tenuto in serbo l'ossicino di un sorcio che aveva mangiato il giorno prima. Si era infatti accorta che Hans non ci vedeva bene a causa del solo occhio, per cui, quando veniva a tastare le sue dita, lei le faceva sentire l'ossicino. La storia andò avanti per alcune settimane, ma un giorno Hans si spazientì: "Vuol dire che grassa o meno ti mangerò lo stesso!" E le intimò: "Hai qualcosa da dire?". "Entrate!" rispose la strega. Così chiese a Gretchen di accendere il forno. La bambina lo accese ma disse che non riusciva ad arrivare al piatto che era dentro al forno. Hans si sporse nel forno per prendere il piatto e Gretchen lo spinse dentro a tradimento, chiudendo la porta dietro e alzando la temperatura al massimo. Poi Gretchen liberò la strega e prima di andare via recuperarono tutti i tesori che la strega aveva sepolto ma, causa alzheimer, non si ricordava dove. Gretchen e la strega, grazie a tutte quelle ricchezze, non soffrirono più la fame e diventarono una delle coppie di fatto più ricche della città. Gretchen poi, con le due bocche a distanza tattica, riusciva a leccare alla strega vagina e ano all'unisono. E quell'impertinente nasetto all'insù, veniva troppo bene quando c'era da titillare il perineo. "Aaah, il perineo...", mugolava di piacere la strega. Gli anni passarono e la passione fra le due andò scemando. Un giorno la strega disse a Gretchen: "Ti lascio". Ma Gretchen non si fece sorprendere e rispose: "Ci siamo lasciati tanto tempo fa". Le lesbiche fanno discorsi così.

[RECE] Capodiavolo

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Tempo addietro sono andato a vedere Capodiavolo, il nuovo spettacolo teatrale di Alessandro Benvenuti. Visto che per andare da Firenze ad Arezzo già si spende di treno, ho cercato di unire l'edile al suppellettile e incastrarci anche la presentazione dello spettacolo stesso, che Benvenuti teneva alla Feltrinelli nel tardo pomeriggio. Arrivato là scopro un'atmosfera amichevole e informale, come si addice ad una libreria di merda in cui è possibile ordinare una “cioccolata all’arancia” e intanto sfogliare libri fingendo di intendersene e consigliarli ad una che passa di lì e far finta che non te la vuoi chiavare, nonono, ti interessa solo, nella vita, che quella biondina legga quel libro di Alberoni sulle capre. Niente, alla Feltrinelli già trovo Benvenuti che amabilmente chiacchierava, raccontando la prima di Capodiavolo, tenutasi la sera precedente. Ora, va detto che in questo spettacolo Benvenuti canta. La gente si aspettava che un "comico toscano" cantasse al massimo le cazzate, tipo "Teresina" o "L'alluvione" del Marasco. Invece niente, lui quando canta canta bene, non fa i versi, sono canzoni vere e proprie, che ha scritto lui precise-precise e ci sono anche gli incisi. Dice che c'era rimasto male che il pubblico della sera prima era restato freddo, forse perché appunto s'aspettava altro. Anche nei monologhi comici, a intermezzo fra le canzoni, non è che avessero riso più di tanto, come per fargli pagare il fatto che prima aveva cantato e sono cose che non si fanno. Poi racconta che l'acustica del Teatro Puccini è un affare complicato. In certi punti si sente divinamente, in altri - non si sa come - si sentono concerti da altre parti del mondo. Lui infatti per un suo amico un po' sordo, tale Renzo Camiciottoli, prenota sempre nelle zone giuste, mettendo pure una cassa in più. Ma perché Benvenuti lascia la trilogia della famiglia Gori per avventurarsi nel sulfureo mondo della canzone d'autore? Perché fare quello che chiede il pubblico un po' va bene, dopo basta. Uno a un certo punto deve pure cavarsi delle soddisfazioni, altrimenti è come prostituirsi. E poi aggiunge: “con tutto il rispetto con chi lo fa in strada, ma lì è per necessità e disperazione, per un artista che ha altre scelte è ben più grave". Un bel passo avanti rispetto a De André, che cantava che le prostitute sono delle troie e gli piace il cazzo scappellato. A un certo punto è caduto un pezzo del soffitto della Feltrinelli su un'anziana signora, che purtroppo è morta durante il trasporto in ospedale. Scusate, questa cosa non è vera, ma a questo punto di questo articolo giornalistico ci stava di regalare una bella smossa. Benvenuti dice che lo spettacolo di quella sera sarebbe stata diverso. Era dalle due del pomeriggio che provava per migliorare l'acustica e aveva apportato delle modifiche al piano regolatore del teatro, dietro i preziosi consigli di chi alla fine della sera precedente gli aveva dato un foglietto con appuntate quali erano le note esatte che non si sentivano. D'altronde questa serie di date fiorentine sarebbe stata un po' il banco di prova della turné estiva, solo canzoni e niente monologhi. Chiacchiere, è passato un anno da quando ho scritto questo post e la turné estiva mica l’ha fatta. Vicino a Benvenuti c'era pure un particolare strumento musicale: la cosidetta "chitarra". La gente si aspettavano che lui la inforcasse e iniziasse a suonare e cantare, invece no, aspettavano il chitarrista che però lavora all'Emporio Senese (quello tutto peloso che suonava anche coi Killer Queen) e non aveva fatto in tempo ad arrivare. Poi Benvenuti ha chiesto se c'erano domande, ma sono rimasti tutti zitti, terrorizzati dal suo modo di fare gentile (anche Luigi Chiatti era gentile). E lui comunque doveva ancora fare il soundcheck quindi la cosa gli è rimasta comoda.
Il concerto al Puccini poi è andato bene. C'è da dire che la sala era piena per metà, perché evidentemente la gente vuole i Gori e come non capirla. Benvenuti è entrato vestito un po' country, nel senso di: col gilet. Attorno a lui cinque strumentisti, ben due dei quali alle percussioni (come i Rialto!). C'era pure il nano Gimli dell'Emporio Senese. Dice: come canta Benvenuti? Come De Andrè? No, anche se i testi in qualche parte lo ricordano, ma con un ordine di significati tutto suo, dove si respira intimismo, frontiera americana, cavalcate nella prateria quando serve e la penombra di un'abatjour il tanto che basta. Insomma: Ken Parker. O almeno io c'ho avuto questa folgorazione. Non a caso lui ne è un fan accanito, primo membro onorario del fan club dedicato al fumetto di Giancarlo Berardi. I testi raccontano di se stesso, di suo padre, della sua donna. Praticamente è il racconto di vita di un artista in tournée che attraverso le parti recitate, ora in forma di monologo, ora attraverso il dialogo con i suoi amici musicisti, confessa al pubblico la natura del pedaggio che si paga alla vita per poter essere quello che il caso lo ha destinato ad essere. Va detto per correttezza che queste ultime righe, da “praticamente” in poi, le ho copiate dal depliant di presentazione del concerto. Purtroppo non so dire molto di più, perché durante lo spettacolo ho anche dormito. Il che non è un dato a sfavore di Benvenuti, perché io al cinema dormo sempre e il teatro mi pare il cinema a causa delle tipiche poltroncine da teatro e da cinema. E dormo anche e soprattutto se lo spettacolo mi piace. Più facile che la rabbia provocatami da uno spettacolo fastidioso mi tenga sveglio. Io sono uno di quelli che si beccherà il cancro e la gente s’accorgerà che sto per morire dal fatto che, alla fine, non sono più incazzato. “Era la rabbia che lo teneva in vita”. Vabbè. Dopo la fine del concerto mi sono avvicinato a Benvenuti per dirgli quanto lo stimo, se si ricordava di me che lo salutai anche l’anno prima, che anche io mi chiamo come lui di nome e faccio Gori di cognome, che ci s’hanno degli amici in comune e suggerirgli di fare un’opera rock su Ken Parker. Solo che quando io m’avvicino a qualche vip stimabile non mi si regge. Parto con le migliori intenzioni, come fossi una persona normale, ma nel giro di pochi attimi divento ansioso come un pastore belga, ossequioso come una groupie, frustrato come un gobbo, viscido come un batrace col cappellino. Insomma ne è uscito qualcosa come: “ODDIO BENVENUTI LI CONOSCE I ROGAI DI PONTASSIEVE LE FAI LE CANZONI DI KEN PARKER TE NE SUPPLICO MI CHIAMO GORI COME TE!!!!" Dietro la sua estrema gentilezza e disponibilità, ho letto chiaramente quanto gli facevo pena. Avrei voluto morire.


[RECE] Dampyr 115 - Sfida alla Temsek

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Dampyr n. 115
Sfida alla Temsek

Soggetto e sceneggiatura: Diego Cajelli
Disegni: Alessandro Bocci
Copertina: Enea Riboldi


Ci sono sottogeneri per cui sono frocio. Dammi un film di zombi, di rapina o carcerario e smetto di ragionare, metto da parte ogni capacità critica. L’importante è che ci sia un conto alla rovescia di chi resta vivo e non trovarmi davanti a qualche bluff d’autore tipo “Quel pomeriggio di un giorno da cani” di Lumet. Però attenzione: non sono uno da Peroni familiare gelata, pasta e fagioli, vestaglione di flanella e rutto libero. Io sono uno che, quindici anni fa, ha iniziato da Roman Polanski e Frank Zappa, Nanni Moretti e i Gong, e da lì in poi è solo peggiorato, ma con coscienza, disciplina e applicazione. Cajelli è uno che il cinema di genere lo frequenta da un pezzo e lo mastica come tabacco. E va anche detto che Cajelli è un regazzino: io ce lo vedo come s'è fregato le mani quando, in occasione del terzo speciale di Dampyr, ha avuto a disposizione 160 pagine di giungla, dove sbizzarrirsi e giocare a fare "Rambo", "Platoon" e "I guerrieri della palude silenziosa". Oppure quando ha potuto sceneggiare un cicciuto numero di Oltretomba ambientato nel parco dei mostri di Bomarzo. O ancora quando ha chiusi a chiave i nostri, insieme a William H. Macy e Patricia Clarkson, in un aeroporto isolato dal mondo e pieno di fantasmi. O ancora nelle sue discese agli inferi, da quella nella miniera di Zyarne a quest'ultima storia, nel cuore di una sede della Temsek che pare secondaria ma appunto pare. E a questo punto mi chiedo: quand'è che alla Bonelli gli commissioneranno una pasciuta miniserie zombistica? Secondo me non ne soffrirebbe.
Fa strano, in Dampyr, incocciare in una storia lineare come questa, dal plot risicato, banale, che ci costringe a seguire passo passo i nostri in un ambiente ostile senza prometterci che ne usciremo più intelligenti. Eppure episodi del genere, in una serie a suo modo colta come Dampyr, difficilmente deludono o appaiono avulsi dai toni della serie. Anche quando Boselli ha scritto una storia con tinte simili, ovvero la doppia di Ixtlan, ci ha regalato un capolavoro da attacchi di panico, una storia da leggere, rileggere e far leggere. Due albi che per me, tutt’oggi, sono la killer-application delle mensole.
Poche cose ma buone: i nostri si armano di tutto punto per penetrare in una sede della Temsek dove e fare casino. La storia è illustrata dallo stile metallico e fotorealistico di Bocci. Visto il dettaglio maniacale, appare sempre un po’ sacrificato nella riduzione a formato Bonelli, ma almeno questa volta non gli rubano spazio i logorroici balloon boselliani. Effettivamente Bocci è perfetto per albi d'azione col dialogo settato al minimo, con tavole che respirino il più possibile e in cui sia possibile reinterpretare, all'occorrenza, la griglia bonelliana. Ed è anche vero che per tornare ad una storia dalle atmosfere simili a “Il mare della morte”, la scelta di Bocci si rivela azzeccata, anche solo per quel vecchio imprinting che da un hype in più alla lettura. Tornando alla storia, visto il plot al muschio e al cuoio, uno si aspetta qualcosa ad alto tasso di tamarraggine, ma ha fatto il conto senza l'oste. Per fortuna Cajelli non è un secchione né un fanatico, non concepisce i personaggi come meri espositori di una collezione di frasi cazzute. E’ quello che ho sempre imputato a Colombo, che nelle sue storie più testosteroniche appariva caricaturale, grossolano, lontano dai codici della serie. Cajelli ha la stessa abilità che aveva Nizzi nelle sue storie realmente hard-boiled di Nick Raider: niente ammiccamenti né frasi ad effetto, ma personaggi “ruvidi” col minimo sforzo, come fosse l'unica scelta possibile. Cajelli è molto più a suo agio in storie del genere rispetto a quando insegue uno stile più aulico e romanico, come nella recente "La nave fantasma", offrendo un risultato meno sincero e più stucchevole. Va anche detto che a Cajelli piace costruire una albo scena per scena, poter offrire qualcosa, una sorpresa, ad ogni tavola: da lì Kurjak che stordisce Harlan per evitare chiacchiere su chi deve pagare il conto, le armi speciali da sparatutto, l’acquisto delle stesse, il cammeo di Lord Marsden e il mostro finale di fine livello. L’unico rimpianto per una discesa negli inferi come questa è che si concluda in un solo albo, dove la narrazione appare un po’ compressa e con l'orologio a vista. D’altronde Dampyr ci ha abituato a prologhi lunghi e finali nervosi e questo albo non fa eccezione. Non penso che storie che occupano due albi debbano essere giustificate da chissà quale trama, ma semplicemente l’idea di trattenere un’atmosfera può fare la differenza, di ficcarci in un tunnel e chiuderci la porta dietro e far sì che la lucina in fondo sia molto più lontana delle canoniche novantaquattro tavole. E’ quello che mi auguro quando si decideranno a trasporre su schermo il romanzo più insostenibilmente teso di Stephen King: “La lunga marcia”. Che non s’azzardino a farne un film da un’ora e mezza con la scusa che l’idea di base è semplice: o un film da tre ore o una serie televisiva o faccio casamicciola. Ma va bene anche una miniserie a fumetti commissionata a Cajelli e Medda: il primo a raccontare il cardiopalmato presente narrativo, il secondo per i flashback che ti spiegano chi erano Garrity, Stebbins, McVries e tutti gli altri novantasette.

20 domande scomode

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  1. Perché non si dimette da Presidente del Consiglio?
  2. Quell’euroconvertitore che mandò alle famiglie italiane nel 2001, a ripensarci mica era brutto?
  3. VOGLIAMO SAPERE DOVE HA PRESO I SOLDI PER QUELL’EUROCONVERTITORE SE ERANO I SUOI O SE INVECE QUELLI DI NOI CONTRIBUENTI TROPPO FACILE IL SIGNORINO
  4. Questa cosa che ha chiavato delle veline sposate: ma a un certo punto saranno cazzi suoi o no?
  5. Perché sta facendo approvare delle leggi che la rendano non processabile? Perché non si fa processare e va in galera col pigiama come tutti?
  6. Com’è questa cosa del “mi consenta”?
  7. Quando è andato ad aprire le nuove case per i terremotati de L’Aquila, quanto l’ha fatta lunga? Quelle case sono delle merde mi fanno schifo
  8. Lei è già tanto ricco di suo, perché mai dovrebbe rubare? Glielo dica!
  9. Visto che è tanto ricco, perché a quell’euroconvertitore non c’ha aggiunto una foderina per non sciuparlo o magari un bel panetto di colombiana purissima per tutte le meravigliose mamme italiane?
  10. Stasera su Italia1 che danno?
  11. Quando fa lo spiritoso e finge di non ricordare nemmeno i nomi delle persone con cui è invischiato (“un certo Tarantini… o Tarantino”, “com’è che si chiama? Ah sì, Mills”), ma perché con questi versi non la fai finita? Un pochino sì, dopo basta.
  12. Certo anche Brunetta come sarà?
  13. Nelle registrazioni della D’Addario, perché nessuno si è accorto che la voce che dice quelle porcate non è la sua ma quella di Mina?
  14. Se va in galera, me li prendi i bagnoschiumini?
  15. Che ne pensi delle merde come lei?
  16. I LIFTING QUANDO SI E’ RIFATTO I CAPELLI I SOLDI LI HA PRESI DALLA MONDADORI OPPURE DA NOI CONTRIBUENTI SE CE LO DICEVA PRIMA NON GLI SI DAVANO PERCHE’ NON CE L’HA CHIESTO PRIMA VOGLIO I SOLDI PER I TRAPIANTI BASTAVA DIRLO E NOI NO NON TI SI DANNO
  17. Quando lei ha impedito di lavorare a Biagi, Santoro e Luttazzi e poi Biagi è morto di crepacuore quanto sei stato contento, belva?
  18. Ho comprato un libro della Mondadori e dentro c’era la sborra, me lo cambi?
  19. Ai tempi del Drive In, lei può provare di non aver mai conosciuto né frequentato Enrico Beruschi?
  20. Quell’euroconvertitore che c’aveva regalato a Natale con tanto amore l’ho appena spaccato col martello in mille pezzi: sei triste?

Il stupro

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La violenza sessuale sono emeriti cazzi. Nel senso che è un atto vergognoso, che sminuisce la dignità della donna rendendola alla stregua di un oggetto sessuale e addirittura la stupra. Un atto di meschina brutalità, poiché pone la donna al centro di un pentagono di violenza i cui vertici si configurano nei concetti di "signorina", "penetrazione", "zitta!", "denuncia" e "troia!". La violenza sessuale è un atto innaturale, parafrenico e abominevole, di una maleducazione unica. La stessa pederastia, per quanto detestabile e tremenda, a confronto rimane già più simpatica. Quando sento raccontare di una studentessa stuprata solo per il fatto di aver attraversato il parco da sola, di notte, vorrei davvero dimettermi da uomo. Lo stupro mi fa schifo e sarei tranquillamente per eseguire la castrazione chimica agli stupratori e alle loro vittime. Tuttavia ci sono alcune attenuanti, seppur minime, sulla violenza sessuale. Iniziamo col dire che è un atto perfettamente naturale, che si basa sull'introduzione di un corpo solido in uno spazio perfettamente vuoto. In nove stupri su dieci infatti, non c'è il minimo contatto fisico. Altra attenuante sta nel fatto che a volte le donne escono di casa vestite veramente come delle - scusate la parola - si mettono la minigonna. Ora, è chiaro che se ti metti la minigonna mandi un certo messaggio. Che, sia chiaro, non è certo un invito ad essere stuprata! Ma pensiamoci: è un messaggio più simile a "ho voglia dei rapporti sessuali con le persone" o "basta col glutammato nei dadi vegetali"? La prima, ovviamente. Altra cosa: il sesso orale. Non tanto per il fatto che sono pratiche sessuali che vedono la donna in un ruolo attivo (sciocchezze, con una pistola puntata contro l'avrebbe succhiato anche Enzo Tortora!), quando per il fatto che alcune signore questo famoso sesso orale lo fanno proprio bene. Potrebbero farlo male o così così, invece si impegnano pure con tanto di slinguettate all'attaccatura del frenulo e sgonfiotti sulla cappella dei rapitori. Altra delicata questione: lo stupro in una coppia sposata. Dove finisce il friccicarello gioco dell'amore, fatto di negarsi e concedersi, e inizia la violenza vera? E' un argomento da prendere con le molle. Troppo facile dire, retroattivamente, "mio marito mi ha stuprata!". E' come andare dal benzinaio e sconvolgersi perché ti fanno dieci euro di super. Per ultimo, seppur la violenza sessuale è da considerarsi tremenda di suo, c'è da dire che quando uno proprio gli piace un'altra, e c'ha provato e riprovato in mille salse ricevendo sempre picche, e gli ha fatto dei regali anche importanti, come le spume e le foto delle frasche, e ha aspettato aspettato aspettato ancora... beh, viene un momento che a un certo punto basta: ti chiavo!